ARTICOLI SULLA RELIGIONE CRISTIANA

martedì 10 marzo 2009

GESU' L'AGNELLO DI DIO IL SALVATORE DEL MONDO


EBREI PER GESU'

GESU' L'AGNELLO DI DIO IL SALVATORE DEL MONDO

Riflessione di Simone Oren esperto nelle Sacre Scritture






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Dall'Angelo del Signore sappiamo che Gesù è nato in questo mondo
per salvare il suo popolo dai suoi peccati.


"Giuseppe, discendente di Davide, non devi aver paura di sposare Maria,
la tua fidanzata: il bambino che lei aspetta è opera dello Spirito Santo.
Essa partorirà un figlio e tu gli metterai nome Gesù, perché lui salverà il suo popolo da tutti i suoi peccati".
(Matteo; 1: 20-21)
Gesù era senza peccato, ma quando venne il tempo si recò da Giovanni il Battezzatore,
con umiltà, ma Giovanni in virtù dello Spirito Santo, sapeva che Gesù era senza peccato e Santo
e non voleva battezzarlo.

In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne fino al fiume Giordano e si avvicinò a Giovanni per farsi battezzare da lui.
Ma Giovanni non voleva e cercava di convincerlo dicendo: - Sono io che avrei bisogno di essere battezzato da te; e tu invece vieni da me?
Ma Gesù rispose:
Lascia fare, per ora. Perché è bene che noi facciamo così la volontà di Dio sino in fondo.
Allora Giovanni accettò.
(Matteo; 3: 13-15)

Comunque Gesù risalì subito dall'acqua, perché non aveva peccati da confessare.

Appena battezzato, Gesù usci dall'acqua. All'improvviso il cielo si aprì, ed egli vide lo Spirito di Dio il quale,
come una colomba, scendeva su di lui.
E dal cielo venne una voce: "Questo è il Figlio mio, che io amo. Io l'ho mandato".
(Matteo; 3: 16-17)

Qualche giorno dopo Giovanni testimonierà che Gesù è il Messia il Figlio di Dio.

Il giorno dopo, Giovanni vede Gesù venire verso di lui, e dice: "Ecco l'Agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo.
parlavo di lui quando dicevo: dopo di me viene uno che è più grande di me, perché esisteva già prima di me.
Anch'io non lo conoscevo, tuttavia Dio mi ha mandato a battezzare con acqua, per farlo conoscere al popolo d'Israele".
Poi Giovanni portò questa testimonianza: "Ho visto lo Spirito di Dio scendere come colomba dal cielo, e rimanere sopra di lui.
Anch'io non lo conoscevo quando Dio mi mandò a battezzare con acqua, ma Dio mi disse:
"Vedrai lo Spirito scendere e fermarsi su un uomo - è lui che battezzerà con Spirito Santo".
Ebbene, io l'ho visto accadere, e posso testimoniare che Gesù è il Figlio di Dio".
Il giorno seguente Giovanni era di nuovo là con due dei suoi discepoli. passò Gesù.
Giovanni lo guardò e disse: "Ecco l'Agnello di Dio".
(Giovanni; 1: 29-36)

Gesù insegnò che era il Pane Celeste.

Io sono il pane che dà la vita. I vostri antenati, nel deserto, mangiarono la manna e poi morirono ugualmente;
invece, il pane venuto dal cielo è diverso: chi ne mangia non morirà.

Io sono il pane, quello vivo, venuto dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà per sempre.
Il pane che io gli darò è il mio corpo, dato perché il mondo abbia la vita.
( Giovanni; 6: 48- 51)

Gesù poi la notte che fù tradito celebrò la Pasqua con i suoi Apostoli e completò l'insegnamento di questa verità.

Quando venne l'ora per la cena pasquale, Gesù si mise a tavola con i suoi apostoli. Poi disse loro:
"Ho tanto desiderato fare questa cena pasquale con voi prima di soffrire. Vi assicuro che non celebrerò più la Pasqua,
fino a quando non si realizzerà nel regno di Dio". Poi Gesù prese un calice, ringraziò Dio e disse:
"Prendete questo calice e fatelo passare tra di voi. Vi assicuro che da questo momento non berrò più vino fino a quando non verrà il regno di Dio".
Poi prese il pane, fece la preghiera di ringraziamento, spezzò il pane, lo diede ai suoi discepoli e disse:
"Questo è il mio corpo, che viene offerto per voi. Fate questo in memoria di me". Allo stesso modo,
alla fine della cena, offrì loro il calice, dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza che Dio stabilisce per mezzo del mio sangue, offerto per voi".
(Luca; 22: 14-20)

Citazioni Bibbia Tilc

http://groups.google.com/group/ebrei-per-gesu?hl=it

L'IMPECCABILITA' DI GESU'


CENTRO ANTI-BLASFEMIA

L'IMPECCABILITA' DI GESU'



Analisi di Martino Gerber e Giuliano Lattes studiosi biblisti

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Gesù ha sofferto tanto; persecuzioni, incomprensioni, tradimento, arresto,
processo, flagellazione, crocifissione e morte, le soffernze sono prove,
ma non sono tentazioni.
La tentazione è una spinta a commettere il peccato, a trasghedire la legge Divina.

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LE TENTAZIONI DI GESU'

Gesù ha affrontato diverse tentazioni, il demonio nel deserto; V.Matteo: 4, 1-11,
scribi e farisei che lo volevano mettere alla prova; V.Matteo: 16, 1; 22, 15,
e perfino il suo Apostolo Pietro si è fatto strumento di tentazione; V,Matteo: 16, 22-23.
Perfino Gesù era provocato quando si trovava in croce; V.Matteo: 27, 39-44.
Comunque tutte queste tentazioni sono tentazioni esterne, non provengono dall' interno
del Signore Gesù, ma dall'esterno, da altre persone e circostanze.
Infatti Gesù insegna che le tentazioni interiori sono peccato; V.Matteo: 5, 27-30;
15, 18-20.
Se le tentazioni interiori sono peccato, Gesù non poteva averle, perché Gesù non poteva
peccare.
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Dalla Scrittura: ci consta che Gesù fu immune dal peccato originale:
«Quello che nascerà da te Santo, si chiamerà il Figlio di Dio» V.Luca: 1,35.
Fu immune dal peccato attuale: «Le cose che piacciono a Lui, faccio sempre» V.Giovanni: 8,29.
Fare ciò che vuole il Padre, significa eseguire la sua volontà e non trasgredirla. Per cui Gesù poteva ripetere:
«Chi di voi mi potrà incolpare di peccato?» V.Giovanni: 8, 46.
S. Paolo dirà che Gesù è «Pontefice santo, innocente, senza macchia, segregato dai peccatori» E.Ebrei: 4,15;
e S. Pietro: «Che non fece peccato nè si è trovato inganno nella sua bocca» 1, Pietro: 2,22.
Tutti questi passi ed altri ancora ci dicono la sua «impeccanza» e al tempo stesso ci fanno intuire che oltre
a essere di fatto immune dal peccato, era immune anche dalla possibilità di peccare.

Dai Padri sappiamo;
S. Ippolito (Contra Noet. 17): «È stato fatto ciò che l’uomo è, eccetto il peccato».
S. Cirillo di Alessandria (In Joan. 8, 29): «Ha avuto in sorte l’esimia prerogativa della natura divina e cioè
di non poter peccare».
Qualunque peccato o anche la semplice possibilità di peccare, costituisce
l’uomo peccatore. Ma la Persona di Cristo, essendo divina non può essere di un peccatore. Dunque in
Cristo non fu né poteva essere il peccato.

Mentre gli Scotisti pongono la ragione della impeccabilità del Cristo nella visione intuitiva
(chi véde Dio non può non amarlo come supremo bene),
S. Tommaso e la maggioranza dei Teologi la pongono
nel fatto della Unione Ipostatica. Il merito o demerito delle azioni dipende e ridonda nella persona:
perciò Cristo, essendo Dio non poteva commettere peccato.


San Tommaso d’Aquino affronta la questione nell’articolo 15 della parte III della Summa Theologiae.

Questa in sintesi la risposta del Doctor angelicus: Anche se Cristo è stato tentato dal demonio,
Egli «non assunse in nessun modo la miseria del peccato né originale né attuale» .
San Tommaso d’Aquino ; «Una certa fortezza lo spirito la dimostra resistendo alla concupiscenza della carne quando gli si oppone,
ma esso dimostra una fortezza maggiore quando la reprime totalmente così da eliminarne le brame disordinate.
Questa era appunto la condizione di Cristo, il cui spirito aveva raggiunto il sommo grado della fortezza.
E sebbene egli non abbia dovuto sostenere il combattimento inferiore del fomite, subì però la lotta esterna del mondo e del diavolo,
trionfando dei quali meritò la corona della vittoria» .
L'Aquinate insegna anche che «in Cristo non c'era il fomite del peccato» dato che «lo Spirito Santo esclude il peccato e l'inclinazione al peccato,
implicita nel termine fomite» .
Per «fomite del peccato» si intende l’«inclinazione dell'appetito sensitivo a oggetti che sono contro la ragione» ,
la «ricerca del piacere fuori dell'ordine razionale» .

Per questo Cristo fu immune anche da ogni imperfezione morale e da ogni moto disordinato
della concupiscenza, anzi non ebbe nemmeno il fornite della concupiscenza.
La concupiscenza e il suo fomite sono una conseguenza del peccato originale.

Infine Gesù non poteva peccare per la semplice ragione che Egli è PERSONA DIVINA.


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VITO MANCUSO CONTRO CORRADO AUGIAS

VITO MANCUSO COTNRO CORRADO AUGIAS
Non sarebbe difficile opporre un sostenuto fuoco di sbarramento all’ultimo libro di Corrado Augias, scritto insieme allo storico Remo Cacitti. Partiamo dall’incipit di Augias:

“Gesù non ha mai detto di voler fondare una religione”. Come spiegare allora il suo ripetuto contrapporre in Matteo 5 “avete inteso che fu detto… ma io vi dico”, laddove il fu detto si riferisce alla religione ebraica e l’io vi dico al suo nuovo insegnamento?

Ancora Augias: “Gesù non ha mai detto di voler fondare una Chiesa”. Come spiegare allora il “tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa” (Matteo 16,18)?

Ancora: “Mai ha detto di dover morire per sanare con il suo sangue il peccato di Adamo ed Eva”. Come spiegare allora quando dice di “essere venuto per dare la propria vita in riscatto per molti” (Marco 10,45) e quando nell’ultima cena pronuncia sul calice le note parole “questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati” (Matteo 26,28)?

Ancora: “Mai ha detto di essere unica e indistinta sostanza con suo padre, Dio in persona”. Come spiegare allora “io e il Padre siamo una sola cosa” (Giovanni 10,30) o anche “io sono nel Padre e il Padre è in me” (Giovanni 14,10)?

Ancora: “Gesù non ha mai dato al battesimo un particolare valore”. Come spiegare allora “se uno non è generato da acqua e da spirito non può entrare nel regno di Dio” (Giovanni 3,5)?

Ancora: “Non ha mai istituito una gerarchia ecclesiastica finché fu in vita”. Come spiegare allora la vera e propria struttura piramidale data da folla, 72 discepoli, 12 apostoli, 3 apostoli più vicini (Pietro, Giacomo, Giovanni), infine il solo Pietro (“a te darò le chiavi del regno dei cieli”, da cui la popolare immagine di san Pietro portinaio del paradiso)?

Ancora: “Mai ha parlato di precetti, norme”. Come spiegare allora il testo menzionato dallo stesso Augias “non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge e i Profeti, non sono venuto ad abolire ma a dare compimento”, che poi continua: “Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, sarà considerato minimo nel regno dei cieli” (Matteo 5,17 e 19)?

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Un tale fuoco di sbarramento, prodotto qui per le prime dieci righe di Augias (a parte l’affermazione “non ha mai detto di essere nato da una vergine che lo aveva concepito per intervento di un dio”, cui è obiettivamente impossibile contrapporre una frase di Gesù o a lui attribuita), potrebbe continuare per i testi di Cacitti. Due esempi al riguardo: 1) non è vero quanto affermato a pag. 213, cioè che “nei lezionari il testo dell’Apocalisse di Giovanni non compare mai”, si veda come esempio del contrario la prima lettura della messa di Tutti i Santi; 2) è altrettanto inesatto dire che il documento del Vaticano II che apre alla libertà religiosa sia la Nostra aetate, come si legge a pag. 246, perché il documento conciliare al proposito è la Dignitatis humanae (la Nostra aetate si occupa delle religioni non cristiane, come mostra di sapere bene Augias nell’intervento successivo). Sono due piccole inesattezze che a mio avviso svelano una determinata impostazione concettuale, quale si riflette sia nella valutazione dell’apocalittica (la cui scomparsa per Cacitti è un male da attribuire alla Chiesa post-costantiniana) sia nella valutazione dell’attuale pontificato, interpretato come “restaurazione confessionale” che minaccia la libertà religiosa (si può essere d’accordo su qualche aspetto di restaurazione, ma non si può onestamente negare a Benedetto XVI una continua e decisa azione a favore della libertà religiosa).

Tale fuoco di sbarramento però lo ritengo un’operazione sostanzialmente inutile, che non farebbe che riproporre uno scontro che dura da tempo senza che il pensiero proceda anche solo di un po’. Dietro le affermazioni di Augias riportate sopra vi sono infatti decenni di studi e di pubblicazioni specialistiche nel campo biblico, che Augias divulga con l’efficacia a tutti nota. Non è lui, sono autorevoli esegeti e teologi a sostenere che Gesù non volle fondare una nuova religione, né una Chiesa, né una morale, né una liturgia, e a separare nettamente sulla base di accurati studi il “Gesù della storia” (Yehoshua ben Yosef) dal “Cristo della fede” (la seconda persona della Trinità), ritenendo quest’ultimo una costruzione successiva, e illegittima, della Chiesa. È la medesima prospettiva sostenuta da Remo Cacitti: “Condivido la tesi che Gesù non avesse intenzione di fondare una Chiesa, tanto meno una religione diversa dal giudaismo da lui professato” (pag. 152), sicché “Paolo può essere considerato il vero fondatore del cristianesimo” (pag. 46). Il che significa che ovviamente non sarebbe difficile, per Augias, Cacitti e in genere i sostenitori della prospettiva che io chiamo “separazionista”, contrapporre ai testi da me citati sopra (ritenuti tardive aggiunte della comunità) altri testi evangelici considerati ben più originari, i soli autentici ipsissima verba Jesu. Questo è lo stato dell’arte, e non c’è nessuna possibilità di chiarirsi veramente le idee se si rimane al livello della critica storica e letteraria: tra le migliaia di versetti biblici ciascuno si sceglie quelli che più gli fanno comodo e li interpreta in conformità alle sue tesi. La frammentazione odierna del mondo protestante, di quel cristianesimo che a partire da Lutero ha voluto basarsi sulla sola Scrittura, è sotto gli occhi di tutti a palese dimostrazione dell’incapacità della Bibbia di produrre interpretazioni unitarie e unificanti.

In questa prospettiva il mio vero disaccordo con Augias, per stare sempre alla prima efficacissima pagina del libro, consiste nel fatto che ha presentato le sue affermazioni su Gesù come “incontestabili verità”, mentre si tratta solo di tesi certamente documentate ma quanto mai contestabili, e in effetti contestate da parte di esegeti e teologi autorevoli tanto quanto lo sono quelli sui quali Augias basa le sue argomentazioni. E sempre a proposito di forzature, mi sembra che siano definibili come tali anche le parole che Cacitti riserva al libro su Gesù di Joseph Ratzinger, dove si sostiene ovviamente la piena corrispondenza tra il Gesù della storia e il Cristo della fede. Di tale libro infatti Cacitti afferma che “basta leggerne l’introduzione” per capire che “l’obiettivo dichiarato del saggio è di tornare molto indietro, a prima degli studi storico-critici su Gesù”, per poi liquidarlo come “un esercizio mistico o forse spiritualistico” (pag. 39). Mi permetto di osservare, per amore di verità e senza il minimo desiderio di far parte della folta schiera degli apologeti di palazzo, due cose: 1) che l’obiettivo del testo papale non è tornare indietro ma procedere oltre gli studi storico-critici, avendo preso atto dell’impasse a cui ha condotto l’analitica ricerca storico-critica, cioè a quella “discussione continua e senza fine della storia delle tradizioni e delle redazioni” di cui parla uno dei più importanti esegeti del ‘900, Rudolf Schnackenburg, e di cui il conflitto di testi biblici presentato sopra è un piccolissimo saggio; 2) che come la storiografia ha un suo statuto epistemologico che va capito e rispettato, allo stesso modo ce l’ha la teologia cui il lavoro di Joseph Ratzinger appartiene, che non è serio definire “esercizio mistico o forse spiritualistico”. Sono cose del resto che lo stesso Cacitti dimostra di sapere bene, come quando a pag. 33 riconosce che vi sono esperienze non misurabili storicamente senza che ciò significhi “che esse non abbiano consistenza” perché “ce l’hanno su un altro piano”. Ma allora perché denigrare questo “altro piano” come “spiritualistico” qualche pagina dopo? Solo perché si tratta del libro di un papa che Cacitti dimostra di non amare particolarmente?



http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/09/18/cristo-e-maggiore-di-gesu-di-vito-mancuso/

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Inchiesta sul Cristianesimo. Come si costruisce una religione di Corrado Augias e Remo Cacitti
Premessa

CHE COSA GESÙ NON HA DETTO

Gesù non ha mai detto di voler fondare una religione, una Chiesa, che portassero il suo nome; mai ha detto di dover morire per sanare con il suo sangue il peccato di Adamo ed Eva, per ristabilire cioè l'alleanza fra Dio e gli uomini; non ha mai detto di essere nato da una vergine che lo aveva concepito per intervento di un dio; mai ha detto di essere unica e indistinta sostanza con suo padre, Dio in persona, e con una vaga entità immateriale denominata Spirito.
Gesù non ha mai dato al battesimo un particolare valore; non ha istituito alcuna gerarchia ecclesiastica finché fu in vita; mai ha parlato di precetti, norme, cariche, vestimenti, ordini di successione, liturgie, formule; mai ha pensato di creare una sterminata falange di santi. Non è stato lui a chiedere che alcuni testi, i vangeli, riferissero i suoi discorsi e le sue azioni, né ha mai scritto personalmente alcunché, salvo poche parole vergate col dito nella polvere. Gesù era un ebreo, e lo è rimasto sempre; sia quando, in Matteo 5,17, ha detto: «Non pensiate che io sia venuto ad abolire la Legge o i profeti; non sono venuto per abolire ma per dare compimento»; sia quando, sul punto ormai di spirare, ha ripetuto l'attacco straziante del Salmo 22: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

Davanti a queste incontestabili verità sorge con forza la do manda, la curiosità di sapere: ma allora com'è nato il cristianesimo? Chi e quando ne ha stabilito norme e procedure, riti e dogmi? Gesù non ha mai pensato di rendere obbligatori un comportamento o una verità certificati per decreto. Ha esortato, ha pregato, ha dato l'esempio. Soprattutto, nulla era più lontano da lui di una congerie di leggi, un'organizzazione monarchica, uno Stato sovrano dotato di territorio, moneta, esercito, polizia e giurisdizione, sia pure ridotti - ma solo dopo aspre lotte - a dimensioni simboliche. Torna di nuovo la domanda: ma allora chi ha elaborato tutto questo? perché? quando?
La vicenda del cristianesimo, ricostruita nel suo effettivo svolgimento secondo le leggi della ricerca storica e non della teologia, rappresenta una complessa avventura umana ricca di drammi, di contrasti, di correnti d'opinione che si sono scontrate sui piani più diversi: la dialettica, l'invenzione ingegnosa, la ricostruzione ipotetica di eventi sconosciuti a costo di affrontare i più inverosimili paradossi; l'amore per gli uomini, certo, nella convinzione di fare il loro bene, ma anche gli interessi politici, gli arbitrii e gli inganni; non di rado l'opposi¬zione al mutamento spinta fino allo spargimento di sangue.
In breve: se si esaminano i fatti con la sola ottica della storia, nulla distingue la lenta e contrastata nascita di questa religione da quella di un qualsiasi altro movimento in grado di smuovere coscienze e interessi, di coinvolgere la società nel suo insieme e le singole persone che nella e della società vivono. Sigmund Freud ha scritto nel suo L'avvenire di un'illusione: «Dove sono coinvolte questioni religiose, gli uomini si rendono colpevoli di ogni sorta di disonestà e di illecito intellettuale». Forse l'espressione è eccessiva, nel senso che non sempre e non per tutti è stato così. E, se di disonestà si può parlare, si è spesso trattato di una «disonestà» particolare, concepita cioè per offrire agli esseri umani una consolazione che la vita raramente concede. Di sicuro, però, è vero il reciproco della frase di Freud e cioè che la ricerca storico-scientifica, condotta con criteri rigorosi, obbedendo solo alla propria deontologia, esclude ogni «disonestà», il suo fine essendo di arrivare a risultati certi. Momentaneamente certi, aggiungo. Certi, cioè, fino a quando altre ricerche, altre scoperte, altri documenti falsificheranno quei risultati per proporne di nuovi.

© 2008, Mondadori

Inchiesta sul cristianesimo. Come si costruisce una religione – Corrado Augias, Remo Cacitti
276 pag., 18,50 € – Edizioni Mondadori 2008

lunedì 9 marzo 2009

Trafigurazione di Gesù. Mc 9,2-10



Gesù aveva parlato con i suoi apostoli della Pasqua di passione e di risurrezione che lo attendeva a Gerusalemme, ma le sue drammatiche predizioni erano state contestate da Pietro a nome di tutti. Lui però non era retrocesso di un passo, anzi aveva coinvolto anche loro nel suo destino. Se volevano essere suoi discepoli, dovevano esser pronti a prendere anche loro la croce dietro di lui. Uno stesso destino univa il Maestro e i discepoli, nella passione e nella gloria. La Pasqua è mistero di morte e di vita. Gesù non ha mai parlato di morte senza annunciare la vita nuova che la segue. Non c’è morte senza risurrezione (Mc 8,31-38). Poi aveva annunciato, per rassicurare i discepoli sconcertati: “Vi sono alcuni qui presenti che non moriranno senza aver visto il regno di Dio venire con potenza” (9,1). Eccoli lì quei tre privilegiati, Pietro, Giacomo e Giovanni, pronti ad assistere allo spettacolo di quel regno di Dio che sta per manifestarsi con potenza sul monte. Perché il regno di Dio è la sua regalità potente, portata da Gesù nel mondo con la sua venuta. Si era manifestata nei miracoli e nella parole efficaci del Figlio di Dio. Ora sta per manifestarsi nello splendore della gloria divina. I tre che salgono con Gesù sono scelti a rappresentare tutti gli altri, come colonne della Chiesa del futuro. Pietro scriverà più tardi ai suoi cristiani con malcelata soddisfazione: “Non per essere andati dietro a favole inventate dalla fantasia, vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore. Egli ricevette onore e gloria da Dio, quando dalla maestà della gloria gli fu rivolta questa voce: ‘Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale mi sono compiaciuto’. Quella voce noi l’abbiamo sentita scendere dal cielo, mentre eravamo con lui sul santo monte” (2 Pt 1,16-18).

Saliamo anche noi su quel monte santo per contemplare la sua e la nostra gloria, perché anche noi siamo figli nel Figlio; in noi, in forza del battesimo, si rispecchia il suo volto trasfigurato. Sarà visibile solo quando saliremo con lui in cielo. La trasfigurazione di Gesù è l’anticipo della sua risurrezione, come egli stesso spiegherà scendendo dal monte, dopo la visione. L’evangelista vede nel Tabor l’immagine di almeno altre due montagne sacre, dove Dio si era già rivelato agli uomini. Innanzitutto il monte Moria di Gerusalemme, dove più tardi Salomone costruirà uno splendido tempio. Secondo la tradizione ebraica, quello era il monte sul quale salì, dopo tre giorni di cammino, Abramo per sacrificare suo figlio Isacco. Su quel monte un padre portava profeticamente il suo unico figlio, l’amato, per sacrificarlo a Dio. Gli venne però restituito sano e salvo, come risorto da morte (Gn 22,1-13). Così venne prefigurato con diciotto secoli di anticipo il mistero di morte e risurrezione di Cristo, Figlio unico e immensamente amato (è la prima lettura di oggi). Il secondo monte richiamato dall’evangelista, e dalla tradizione cristiana da lui raccolta, è il Sinai. Nel racconto evangelico sembra risuonare quasi alla lettera la narrazione dell’ascesa di Mosè: “Mosè salì con Aronne, Nadab e Abiu. Essi videro il Dio d’Israele” (Es 24,9): una salita per una visione divina, come nel Vangelo di oggi. A rafforzare il confronto appaiono sul Tabor le figure di Elia e di Mosè, tradizionali frequentatori del monte Sinai. Qui Dio li aveva fatti salire ed era apparso loro in tutta la sua potenza. Arrivati sulla cima della montagna, Gesù “fu trasfigurato davanti a loro”. Il cambiamento esteriore fu improvviso e accecante. Dio aveva cambiato l’aspetto esteriore di suo Figlio, come se avesse tolto il velo che ne copriva la gloria divina, o avesse fatto filtrare lo splendore attraverso il corpo reso trasparente. Pietro, che sta dietro lo scritto di Marco, ricorda quel momento in maniera vivace: “Le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche”. Per dire che uno spettacolo così non si era mai visto sulla terra; era uno squarcio di paradiso.

È la descrizione simbolica della condizione divina, di Gesù e nostra. Il candore era considerato la veste di Dio e simboleggiava la vita eterna, la luminosità abbagliante del sole indicava la sua gloria divina, invisibile ad occhio umano. È l’anticipo della condizione di Cristo risorto, mostrata a metà del suo cammino terreno. Mentre Gesù si trasforma in figura divina, emergono dal mondo celeste Elia e Mosè. Come rappresentanti della Legge e dei Profeti, vengono a confermare le parole che Gesù ha detto nei giorni precedenti sul suo destino di morte e risurrezione. Sulla via di Emmaus, questa volta con altri due discepoli anche loro increduli, Gesù richiamerà la duplice testimonianza del Tabor: “Cominciando da Mosè e da tutti i Profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”, cioè: “era necessario che il Cristo soffrisse per entrare nella sua gloria” (Lc 24,26s). Quella gloria si spiegava in anticipo, in tutto il suo splendore, sulla cima del monte. Ed è proprio Pietro, che aveva contestato la prima predizione della Passione meritandosi il titolo di Satana tentatore (8,33), a reagire in maniera spontanea alla scena: “Rabbì, è bello per noi essere qui! Facciamo tre capanne”. Confessa subito che era la paura a farlo parlare così, giusto per dire qualcosa e rompere quell’atmosfera d’incanto. Ma fu subito azzittito dalla venuta di una nube che coprì la cima, simile alla nube che era scesa sul Sinai quando Dio parlò con Mosè (Es 19,16). Era segno della presenza del Dio invisibile ad occhio umano.

Dalla nube uscì la voce del Padre, più autorevole di quella di Elia e di Mosè: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!”. È la stessa voce che risuonò al Giordano, con un’aggiunta significativa: “ascoltatelo!”. Aveva fatto scandalo la predizione della passione, della morte in croce e della risurrezione fatta da Cristo. Come poteva Dio sacrificare in modo così crudele suo Figlio, lui che aveva risparmiato Isacco, il figlio amato di Abramo? Ora il Padre veniva a dire che le cose stavano proprio così come le aveva presentate Gesù. Quello era il suo piano misterioso, deciso insieme al suo Figlio amatissimo. Poteva apparire assurdo, ma i pensieri di Dio non sono quelli degli uomini. Gesù aveva portato quei tre sul monte apposta per far udir loro la conferma del Padre alla sue parole. Ora potevano scendere da quel luogo di grazia. Gesù raccomandò loro di non rivelare a nessuno ciò che avevano visto e udito, fino a quando non fosse risorto dai morti. Marco ci dice che mantennero la consegna, ma cominciarono a tormentarsi con l’interrogativo sul significato della risurrezione dai morti. Chiarito un dubbio, ne nasce subito un altro. Il mistero di Dio insegue l’uomo fino alla visione finale, dove tutto sarà chiaro.


Oscar Battaglia


http://www.lavoce.it/articoli/20090306231.asp

Trafigurazione di Gesù. Mc 9,2-10 La trasfigurazione occupava un posto importante nella vita e nell'insegnamento della Chiesa primitiva. Ne sono testimonianze le narrazioni dettagliate dei Vangeli e il riferimento presente nella seconda lettera di Pietro (2Pt 1,16-18).
di Giacomo Campanile
redazione@vivereroma.org"Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù".

Le vesti di Gesù diventano bianche splendenti. Lo splendore del corpo si comunica anche alle vesti che sono il segno della misericordia di Dio che ricopre la nudità dell'uomo. Nella resurrezione la veste non viene tolta, ma diventa "gloriosa" come il corpo di Gesù. La Chiesa nella liturgia può essere vista come veste del corpo di Gesù; diventa così partecipe della sua gloria.


Per i tre apostoli fu un esperienza unica essi stessi avevano visto ed udito una cosa straordinaria. Proprio questi tre apostoli sarebbero stati, più tardi, al Getsemani, testimoni della sofferenza di nostro Signore. L'evento della trasfigurazione di Cristo è un'evento teofanico.

Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!».
Gesù è il Figlio Unigenito del Padre, Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero. La vita cristiana è una contemplazione continua di Gesù Cristo. Nessuna saggezza umana, nessun sapere possono penetrare il mistero della rivelazione. Solo nella preghiera possiamo incontrare Cristo e cominciare a conoscerlo nella luce taborica.
"È bello per noi stare qui", esclama Pietro, il quale "non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento". La fede pone a tacere la paura, soprattutto la paura di aprire la nostra vita a Cristo, senza condizioni. Tale paura, che nasce spesso dall'eccessivo attaccamento ai beni temporali e dall'ambizione, può impedirci di sentire la voce di Cristo che ci è trasmessa nella Chiesa. L'episodio della trasfigurazione è uno sprazzo di luce che viene lanciato sul camino verso la croce.

La festa della trasfigurazione, che noi cattolici celebriamo il 6 agosto, nella Chiesa orientale è grandissima, almeno quanto la Pasqua perché indica il destino pasquale, trasfigurato, dei cristiani. Festa di luce, la trasfigurazione ripercorre la festa della croce: via lucis est via crucis. Anche i monti sono accomunati: Calvario e Tabor. Non a caso l'episodio è inserito, nella nostra liturgia, durante il periodo di Quaresima, ma la trasfigurazione ha la stessa profondità di significato nella Chiesa d'oriente che la considera icona della liturgia, perché è contemplazione della gloria del Signore.

http://www.vivereroma.org/index.php?page=articolo&articolo_id=192366

lunedì 2 marzo 2009

LA SACRA BIBBIA CONDANNA IL NUDISMO


CENTRO ANTI-BLAFEMIA
LA SACRA BIBBIA CONDANNA IL NUDISMO

Analisi di Alessio Bianchi biblista e studioso del cristianesimo primitivo

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IL NUDO UMANO SPAVENTA E TERRORIZZA
Uno psichiatra ha scoperto che fra i nudisti c'è alta immoralità sessuale, adulteri, orge e perfino l'incesto.
Questo psichiatra è contrario al nudismo, sebbene non è religioso.Il nudismo dice rovina la famiglia e la società.

COSA INSEGNA LA SACRA BIBBIA SUL NUDISMO?
La Sacra Bibbia ci parla all'inizio di Adamo ed Eva nudi, un realtà che ormai non è più possibile.
Nella Sacra Bibbia, vediamo che anche prima delle leggi di Mosè il nudo è considerato molto peccaminoso.
GENESI: 9,20 " Ora Noè cominciò come agricoltore e piantava una vigna.Egli beveva del vino e s'inebriò, e quindi si scopri nel mezzo della sua tenda.
Più tardi Cam, vide la nudità di suo padre e andò a riferirlo fuori ai suoi fratelli. Allora Sem e Iafet presero un mantello e se lo misero su entrambe le spalle camminando all'indietro.
Così coprirono la nudità del loro padre, mentre le loro facce erano volte, e non videro la nudità del loro padre.
Vediamo che quando Noè si sveglio e venne asapere cosa era successo, e che Cam suo figlio minore lo aveva guardato mentre era nudo,
lo smaledì a divenire schiavo dei fratelli Sem e Iafet che non vollero vedere il padre nudo,ma umanamente lo coprirono ".
Venne Mosè, ricevette le leggi dal Signore, e in queste leggi il nudo viene punito con la morte.
LEVITICO: 18,6 " Non vi dovete avvicinare, nessun di voi, ad alcun suo stretto parente carnale per scoprirne la nudità. IO SONO IL SIGNORE DIO TUO.
Non devi scoprire la nudità di tuo padre, tua madre, della moglie di tuo padre, di tua sorella, di tua nipote, di tua zia, di tuo zio,della tua nuora,di tua cognata ".
(abbiamo abbreviato per essere più sintetici).
Poi nel Vecchio Testamento, ci sarebbero dei profeti che hanno avuto il comando dal Signore a stare nudi come dimostrazione, ma portavano almeno un perizoma.
IL NUOVO TESTAMENTO
Vediamo che Gesù è venuto non a distruggere i comandamenti di Mosè ma a completarli: V.MATTEO : 5,17.
Gesù,disse riguardo alle opere di carità; V.MATTEO: 25,36-"Ero nudo e mi copriste",non tanto per il feddo quanto per l'indecenza.Infatti Gesù ci ordina di stare sempre vestiti:
V.LUCA: 12,35"Siate sempre pronti,con i fianchi cinti e le lucerne accese...."
Vediamo che grande pudore regnava fra gli Apostoli, un giorno S.Pietro era in barca a pescare nel lago, era seminudo, ma prima di andare da Gesù, si vestì! V.GIOVANNI: 21,7.
Gesù condanna il nudismo; RIVELAZIONE: 3,18 "Ti consiglio di comprare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco,
vesti bianche per coprire e nascondere la vergognosa tua nudità.
RIVELAZIONE: 16,15 "Ecco,io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante e conserva le sue vesti per non andar nudo e lasciar vedere le sue vergogne".

Gli Ebrei al tempo di Gesù erano molto pudici, odiavano il nudismo, tanto che accadde che un soldato romano presso il Tempio si denudò mostrando un pò di sedere,
il popolo nel vederlo si infuriò tanto che ci fu un tumulto; storia riportata da Giuseppe Flavio.
Quindi come possiamo tollerare che la gente stia nuda e si vedano nudi anche tra famigliari?
Non dobbiamo seguire gli insegnamenti umani e le mode diaboliche, ma la Parola del Signore, la sola che ci porta la verità,la luce e la salvezza!


http://groups.google.com/group/centro-anti-blasfemia/pendmsg?hl=it

Giudica il tuo prossimo con giustizia.



Giudica il tuo prossimo con giustizia.

Dal libro del Levitico
(Lv 19,1-2.11-18)


Il Signore disse a Mosè: "Parla a tutta la comunità degli Israeliti e
ordina loro: Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo.
Non ruberete né userete inganno o menzogna gli uni a danno degli altri.
Non giurerete il falso servendovi del mio nome; perché profaneresti il
nome del tuo Dio. Io sono il Signore.
Non opprimerai il tuo prossimo, né lo spoglierai di ciò che è suo; il
salario del bracciante al tuo servizio non resti la notte presso di te
fino al mattino dopo.
Non disprezzerai il sordo, né metterai inciampo davanti al cieco, ma
temerai il tuo Dio. Io sono il Signore.
Non commetterete ingiustizia in giudizio; non tratterai con parzialità il
povero, né userai preferenze verso il potente; ma giudicherai il tuo
prossimo con giustizia. Non andrai in giro a spargere calunnie fra il tuo
popolo né coopererai alla morte del tuo prossimo. Io sono il Signore.
Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera
apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai d'un peccato per lui.
Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo,
ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore".

Parola di Dio.


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sabato 28 febbraio 2009

CRISTIANESIMO PAOLINO O GIUDAISMO-SECONDA PARTE

Cristianesimo paolino o Giudaismo
Prof. Luca Fantini, TerraSantaLibera.org






Parte II
vai al "Cristianesimo Paolino o Giudaismo", parte prima



“Insultati, benediciamo;

perseguitati, sopportiamo;

calunniati, confortiamo;

siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi”



1 Corinzi, 4, 12-13



La missione di Paolo si può ben definire tutta caratterizzata dalla volontà di liberare completamente e definitivamente il Cristianesimo da qualsivoglia influsso giudaizzante, in primo luogo, come visto, dalla Legge precristica, ma non solamente da questa, bensì da tutta l’impronta etnica e ipernomista giudaica. Paolo – e nella dottrina e nell’azione apostolica – riportava il centro essenziale della Comunità Spirituale in quella trascendente forza di fuoco che si esprimeva nel Golgota e nella Resurrezione, liberandola gradualmente da ogni interferenza criptogiudaica o da ogni dissimulazione giudaizzante che, inevitabilmente, si infiltrava nell’originario movimento cristiano.

Paolo concepiva infatti la storia dell’umanità come un dramma escatologico che si snodava in due tempi: lo spartiacque decisivo, nella sua visione, era segnato dalla passione, dalla morte e dalla resurrezione del Cristo. L’Israele etnico (rappresentato dal popolo giudaico) e la sua Legge avevano una collocazione provvisoria, nient’affatto metafisica, nella prima scansione del dramma.

All’inizio dell’autunno del 51 d.C. Paolo faceva ritorno ad Antiochia, dopo un’assenza di circa cinque anni. Aveva infatti dato avvio ad una missione su Efeso che si era tradotta in una riuscitissima campagna di conversione in Macedonia, Galazia e Acaia. La maggior parte dei convertiti era composta, come è risaputo, da pagani. Paolo si considerava infatti l’Apostolo dei gentili. Il processo di conversione dei pagani era essenziale e diretto, segnato dal rapporto di comunione spirituale unitiva con il Cristo. L’Apostolo (Romani, 10, 1-11), spiegava non a caso che i Giudei non avevano zelo per Dio in base a una retta conoscenza, in quanto fine di tutta la Legge diveniva – dopo il Golgota - Cristo; la confessione nello spirito di Cristo unico salvatore, risorto dal regno della morte, diveniva così un processo di conoscenza e al tempo stesso liberazione - dalla legge del peccato e della morte, Romani 8,2 -, che non faceva alcuna distinzione tra Giudeo o Greco, data l’universalità escatologica, non etnica, del regno dello Spirito.

Giunto dunque finalmente ad Antiochia sull’Oronte, Paolo attendeva di ricevere una calorosa accoglienza. Viceversa veniva accolto con freddezza e poco calore dalla comunità cristiana. Per Paolo era una grande sofferenza scoprire che tale freddezza era proprio dovuta alla sua concezione escatologica, che si fondava sul superamento metafisico e cosmologico del Cristianesimo sul Giudaismo, in quanto la prassi continua (non limitata al dato storico circoscritto) misterica della Resurrezione quale evento cosmico che unificava trascendenza ed immanenza completava, realizzava, infine superava certamente la mera Legge. Infatti l’oggetto essenziale del kerigma, morte e resurrezione dell’Impulso Cristo (1Cor, 15, 3-5), narra una storia cosmico divina e soteriologica non un evento cronachistico.

Il motivo per cui il centro stesso della sua visione era messo in discussione era da vedere nel fatto che ad Antiochia giungevano alcuni giudaizzanti, i quali insistevano, con metodi realmente terroristici che contemplavano la liceità della diffamazione calunniosa verso l’opera missionaria di Paolo, che tutti i gentili che si convertivano dovevano diventare Giudei prima di essere accettati come Cristiani (Atti, 15,1).

La Comunità Cristiana di Antiochia diveniva quindi l’arena nella quale si contrapponevano e scontravano due differenti visioni del mondo, radicalmente diverse: il cripto-Giudaismo dei giudaizzanti i quali sostenevano la necessità di praticare, accanto al Vangelo, anche la circoncisione e le altre disposizioni della Legge mosaica e il reale Cristianesimo dell’Apostolo Paolo.

In differenti casi e in altre Comunità, Paolo ed i suoi dovevano affrontare questa terribile minaccia spirituale che in fondo negava intimamente l’essenza divina ed universale del sacrificio del Golgota e della Resurrezione, volendo restringere e conchiudere il Cristianesimo entro gli orizzonti e le dinamiche del settarismo etnico naturalistico giudaizzante il quale, per quanto ritualmente e metafisicamente fondato su una effettiva e legittima Tradizione spirituale, dopo l’avvento del Cristo si svuotava assolutamente di ogni sua positiva sostanzialità. Probabilmente, questi giudaizzanti anti-paolini agivano sotto la pressione “zelota” dei Giudei non cristiani[1].

Il divino fervore e la raffinata tecnica di pensiero mediante i quali l’Apostolo Paolo affrontava questa minaccia (che considerava una vera e propria eresia giudaizzante, che contrastava con lo spirito del Vangelo) sono testimoniati nella Lettera ai Galati. Il motivo che induceva l’apostolo a scrivere questa lettera era dovuto al fatto che in sua assenza si erano intrufolati fra i cristiani della Galazia alcuni giudaizzanti i quali sostenevano la necessità di praticare – accanto al Vangelo – la circoncisione e le altre disposizioni della Legge mosaica. Ma essi – ci dice l’Apostolo (Gal, 1, 6 - 9) - finivano per aderire ad “un altro Vangelo”, che non era quello di Cristo:



Mi meraviglio che così alla svelta vi volgiate da colui che vi ha chiamato nella grazia di Cristo a un altro Vangelo che, in realtà, non esiste di diverso; solo che vi sono alcuni i quali vi turbano e vogliono stravolgere il Vangelo di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un Angelo del cielo vi annunciasse un Vangelo diverso da quello che noi vi annunciammo, sia anatema! Come vi ho detto prima, ora lo ripeto: se qualcuno vi annuncia un Vangelo diverso da quello che riceveste, sia anatema!



Ma non può esistere “un altro Vangelo”: ciò equivarrebbe ad una bestemmia.

Esistevano invece (e esistono tuttora, ancora più forti e radicali!) i giudaizzanti o i Giudei veri e propri, ossia i falsi “predicatori del Vangelo” i primi, bestemmiatori e negatori del Vangelo, i secondi. Costoro sono da condannare – secondo la Lettera ai Galati - allo sterminio: tale è il significato di anatema, che corrisponde all’ebraico herem. A tale condanna non potrebbe sfuggire nemmeno l’Apostolo qualora, per ipotesi invero remota, si mettesse a predicare un Vangelo diverso di quello autenticamente cristico già ricevuto dai Galati.

Il Vangelo è cristico o detto di Cristo non solamente poiché il Cristo ne è l’oggetto, ma soprattutto poiché ne è l’Autore, sempre vivo e spiritualmente operante. La Tradizione viva della Cristianità, la cui essenza è l’azione pentecostale eroica apostolica, in effetti assai malvista da protestanti e calvinisti, tradizione immortalante ed eternante in quanto fondata sulla prassi misteriosofica di consapevole deificazione del fedele, ha qui il suo lievito metafisico e la sua suprema scaturigine. “Custodisci il deposito” (1Tim, 6-20; 2 Tim, 1,14), dirà in seguito con insistenza l’Apostolo a Timoteo, facendo proprio a questo riferimento.

L’Apostolato paolino, infatti, sulla linea della Tradizione solare apostolica, non derivava dal sangue e dalla carne (Gal, 1, 16); la grande luce del Logos veniva invece dall’alto e la sua missione dall’alto era legittimata.

Di ciò si aveva chiara prova sia nel “concilio” di Gerusalemme sia nell’incidente di Antiochia.

Per “concilio” di Gerusalemme, con ogni probabilità, Paolo non intendeva quello narratoci dagli Atti. A causa della endemica violenza della reazione giudaizzante di fronte al messaggio rivoluzionario che la predicazione paolina portava con sé, la comunità di Antiochia stabiliva di mandare Paolo e Barnaba (ma l’Apostolo conduceva con lui anche Tito: Gal, 2,1) dagli Apostoli e dagli “anziani” della Chiesa madre di Gerusalemme per dirimere la questione. Riunitosi il “concilio” di Gerusalemme, veniva deciso a favore delle tesi di Paolo: solo la fede nel Cristo Risorto giustifica, le opere della Legge non hanno valore salvifico (Atti, 15, 1-29). Gli stessi Apostoli di maggiore autorità e prestigio (Pietro, Giacomo, Giovanni) riconoscevano la validità assoluta dell’azione paolina.

Di fronte a questa “vittoria” e legittimazione della dottrina paolina, si scatenava la reazione dei giudaizzanti, che inviavano dei propri emissari da Gerusalemme ad Antiochia per sabotare la vita e la legittimità della Comunità Cristiana di ispirazione paolina. I gerosolimitani avevano certamente l’obiettivo di tracciare una netta frontiera tra cristiani ebrei e cristiani gentili, poiché i giudaizzanti ritenevano che solo nell’isolamento avrebbero potuto conservare i loro valori tradzionali. Così i giudaizzanti facevano leva sulla tradizionale certezza giudaica in base a cui i gentili contaminavano cibi e bevande degli ebrei appena se ne fosse presentata la minima opportunità. Si parla oggi tra gli studiosi più equilibrati, di “una tattica terroristica” giudaizzante antipaolina [2], che facendo leva sulla rigorosa applicazione delle leggi alimentari o di pratiche fisiologiche somatiche, tendeva chiaramente a contrastare l’essenza spirituale universale della visione e della prassi paoline fondate sul Vangelo. Già Paolo (Gal, 2,4) aveva definito i giudaizzanti “falsi fratelli intrusi, i quali si erano introdotti di sottomano per spiare la nostra libertà, quella che abbiamo in Gesù Cristo, allo scopo di renderci schiavi”; poi non esitava, senza paura alcuna, a redarguire la stessa condotta di Pietro -che sopraggiunto anche egli ad Antiochia, dopo la venuta dei giudaizzanti, finiva per cedere alle loro richieste “simulando” con loro le varie pratiche fisiologiche, timoroso dei giudei – sottolineando apertamente, di fronte alla presenza di tutti, che alla Legge si è sostituita la presenza del Cristo, che ha eliminato l’artificiale ed astratta divisione tra giudei e gentili, mostrando come tutti gli uomini, gravitanti sotto la schiavitù del principe di questo mondo, debbono, per la liberazione, sperimentare la Resurrezione. Per questo, continuava Paolo, gli Apostoli, pur essendo di nascita Giudei (dunque Giudei secondo la carne ma non secondo lo Spirito!), abbattevano completamente la necessità della Legge per aderire al verbo di Cristo (Gal, 2, 15-16).

La Legge – che i cripto-Giudei volevano imporre al resto della Comunità Cristiana annacquando così l’essenza della dottrina del Cristo, fondata sull’evento cosmico della Passione, Morte e Resurrezione – era ritenuta alla stregua di una “maledizione”, in quanto la Legge criptogiudaica non era assolutamente in grado di “giustificare”, ossia di abolire la maledizione cosmica ed eterna della schiavitù e del peccato. Nella visione cosmologica e pneumatologica paolina, Cristo forzava dal di dentro la Legge, diveniva solidale con la nostra “carne di peccato” (Rom, 8, 3), e inseminando nella umanità schiavizzata e spezzettata il germe della Resurrezione e della divinità, rendeva possibile superare la necessità schiavistica della Legge. Per questo l’Apostolo sosteneva che “Cristo ci ha riscattato dalla maledizione della Legge, divendendo lui stesso maledizione a favore nostro” (Gal, 3,13).

La Legge non era contro le premesse divine, prima che arrivasse l’era della Libertà – con l’Avvento cristico – la Legge aveva una sua positiva funzione, quella di essere appunto “il nostro pedagogo verso Cristo”, ma in seguito al Golgota, con la fondazione cosmologica del principio di Resurrezione, era la fede che forniva la possibilità di divenire “figli di Dio”. L’unica realtà era per Paolo quella del Cristo cosmico, l’uomo poteva così compenetrare la sua intera individualità dell’Impulso Cristo superando la sua funzione meramente somatica e naturale (Giudeo o Greco, uomo o donna che fosse). Paolo considerava tutti i cristiani, di provenienza sia giudaica sia pagana, come morti alla Legge. Essa era nella sua concezione un elemento del vecchio ordine del mondo, come lo erano il peccato e la carne, segni di schiavitù verso una remota ed in fondo astratta trascendenza, dopo l’incarnazione del Logos nell’immanenza.

Paolo introduceva così due elementi fondamentali, essi stessi connessi, rispetto ai quali il messaggio somatico e naturalistico fisiologico criptogiudaico perdeva definitivamente significato. L’elemento della libertà e l’elemento della crocifissione come evento di rinascita spirituale e di liberazione pneumatica.

Proprio in Galati (4, 21,31), l’Apostolo sottolineava come dalla discendenza della schiava Agar poteva nascere solamente il testamento della “schiavitù” che finiva per essere l’essenza stessa della Legge mentre dalla discendenza di Sara, a lungo sterile ed infeconda, in quanto simbolo della lunga attesa messianica, nasceva la libertà. I veri figli della promessa alla maniera d’Isacco divenivano così, nella prospettiva escatologica paolina, i cristiani, non più gli Israeliti. Da questa contrapposizione cosmologica (Agar, Ismaele e i Giudei da un lato, Sara, Isacco e i Cristiani dall’altro) Paolo traeva due importanti conseguenze che hanno una grandissima rilevanza anche nei tempi odierni. La prima è che come Ismaele perseguitava Isacco, così fanno oggi i Giudei con i Cristiani (v. 29). La seconda è che, come Sara chiedeva ad Abramo l’espulsione della rivale e dello stesso figlio, affinché questi non prendesse parte all’eredità (Gen 21, 10 –12), così anche i Giudei, finchè rimarranno tali, ossia ostili al Vangelo, non potranno aver parte all’eredità dei beni autenticamente messianici e saranno estromessi dal regno dello Spirito.

Agar continua così ancora oggi a vivere in tutti i Giudei ostili al Cristianesimo. Sara vive invece in tutti i “figli della promessa” che vivono nel retto, verace spirito della libertà cristiana. Ecco, il significato del verso 31:



Perciò, fratelli, noi non siamo figli di una schiava, ma della donna libera.



Alla concezione metafisica cristiana della libertà (Paolo introduce nel lessico teologico tale motivo espresso in continuazione con i vocaboli liberare – eleutheroun -, libertà – eleutheria -, libero – eleutheros – e viene per questo definito, oltre che Apostolo dei Gentili, Apostolo della libertà), concezione in cui liberare è riscattare – exagorazein -, “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge”, l’Apostolo unisce il motivo dello “scandalo della croce” (Gal, 5,11): scandalo per i Giudei ed i giudaizzanti, in quanto il Cristo, assumendo natura umana, incarnandosi, divenendo uomo al modo umano, per generazione, facendo della passione e della morte l’asse stesso cosmologico della storia, sovvertendola dunque e azzerandola dal suo interno, trasforma radicalmente la condizione degli uomini, giudei o gentili che siano. Paolo sosteneva che il Cristo, coinvolgendo gli stessi credenti nella sua passione e nella sua morte per inchiodamento e crocifissione, li faceva morire alla Legge, al dominio Giudaico, facendoli rinascere di vita nuova. I credenti autentici ricevevano così il sigillo dell’adozione figliolanza divina, la figliolanza abramitica, che azzera e annulla l’eredità carnale etnica giudaico-ismaelita.

L’essere cristiani, in Paolo, significa “correre” nella via della croce e della Resurrezione, poiché “quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e le sue voglie” (Gal, 5,24).

Al contrario dei criptogiudei o i giudaizzanti, che predicano la circoncisione al solo scopo di sfuggire alla persecuzione per il nome di Cristo (Gal. 6, 5, 11) e gloriarsi gli uni davanti agli altri per il numero dei loro adepti, l’Apostolo pone la sua gloria nella croce solare, luminosa di Cristo, per questo Egli percepisce che il mondo è “scomparso”, crocifisso, diventato ormai oggetto di obbrobrio e ripulsa come lo era per gli antichi il patibolo della croce. L’unica cosa che ormai importa è la “creatura nuova” ri-nata nello spirito del Logos cosmico, ossia del Cristo risorto. Solo questi ri-nati potranno far parte attiva del regno della Redenzione e dello Spirito. Essi saranno l’autentico “Israele di Dio”, in antitesi all’ Israele “secondo la carne”. Paolo “schiavo in Cristo” – la schiavitù in Cristo è in Paolo l’autentica libertà in quanto crocifigge l’uomo inferiore facendolo rinascere in uomo cristificato – termina questa profondissima e assai radicale Lettera, avvertendo in tal modo i giudaizzanti:



D’ora in avanti nessuno mi procuri più fastidi: io porto infatti nel mio corpo le stimmate di Gesù.



Paolo stesso veniva non a caso a più riprese perseguitato da costoro, avendo sul suo corpo i segni della sofferenza e della persecuzione, autentici sigilli di cristificazione. Coloro che sono “nati secondo la carne” (Gal, 4,29), i discendenti dell’eredità carnale giudaico-ismaelita, i Nemici dell’uomo li chiama l’Apostolo Paolo, in quanto Nemici del Figlio dell’Uomo, infatti, perseguitavano coloro che ri-nascevano secondo lo Spirito. I Giudei perseguitano i Cristiani, sembra essere questa la missione permanentemente contro-resurretiva e cristianofoba della Sinagoga, sosteneva l’Apostolo: “Hanno ucciso perfino il Signore e i profeti, e hanno perseguitato anche noi, e non piacciono a Dio, e sono nemici di tutti gli uomini, impedendo a noi di predicare ai gentili perché si salvino” (1Tess. 2, 15-16). In 2Cor. 11, 21-29, Paolo diceva di sentirsi in pericolo a causa della violenza aggressivamente cristianofoba dei Giudei:



Dai Giudei per cinque volte ho ricevuto quaranta colpi meno uno, tre volte sono stato battuto con le verghe, uno volta lapidato…..



Come sosteneva Ireneo, Paolo era l’autentica bestia nera dei Giudei e dei giudeo-cristiani[3]; secondo Origene, gli ebioniti e gli encratiti si basavano sull’ordine dato dal sommo sacerdote Anania di colpire l’Apostolo sulla bocca (Atti 23,2); sulla scia dei Riconoscimenti dello Pseudo-Clemente, tutte queste correnti giudaiche o criptogiudaiche consideravano Paolo il vero nemico, l’ “uomo nemico”[4].

Alcuni, tra i filosofi cristiani più illuminati e sereni, continueranno in seguito la gigantesca lotta spirituale avviata da Paolo. E’ il caso di Giustino, filosofo e martire cristiano, il quale nel famoso Dialogo con il Giudeo Trifone, ambientato nella scuola filosofica di Efeso (155-160) continua con enorme sottigliezza e notevoli capacità intuitive la visione paolina. L’essenza del Dialogo si basa sulla concezione paolina di cancellare il popolo di Israele e di sostituirvi, unico vero Popolo di Dio, quello cristiano. Negli ultimi capitoli, Giustino scriveva:



Dopo aver ucciso Cristo non vi siete pentiti; voi ci odiate perché noi attraverso di lui crediamo a Dio e al padre dell’universo: ci uccidete ogni volta che potete; bestemmiate continuamente contro di lui e i suoi discepoli; ciò nonostante noi preghiamo per voi e per tutti gli uomini senza eccezione come ci ha insegnato nostro signore Gesù Cristo….Non sparlate….contro il crocifisso, non schernite le sue piaghe per mezzo delle quale voi potreste guarire come noi siamo guariti….[5]



Alla fine Giustino ribadiva che il Cristo è l’autentico Israele e che i cristiani sono il vero popolo di Israele, secondo lo Spirito[6].

Continuamente, nel corso della storia, il cristianesimo paolino veniva attaccato e sabotato da influssi giudaizzanti (ma anche neo-pagani, certamente) che, colpendolo subdolamente dall’interno, impedivano la nascita, l’incarnazione storica di un’autentica comunità cristiana fedele alla predicazione di Paolo.

Tranne rarissimi casi e particolari personalità, la parola di Paolo, che è la Parola stessa del Cristo, spesso veniva occultata e sabotata proprio da coloro che dovevano farsene incarnazione: rimanevano invece sedotti dalle lusinghe e dalle illusione giudaizzanti, che si erano perfettamente inserite nel tessuto cristiano.

Lo si vede nei tempi attuali quando si parla comunemente di cristianesimo, ma in realtà si finisce – nella gran parte dei casi – nella scuola del giudeo-cristianesimo (l’anatema dell’Apostolo Paolo!), oggi assumente la maschera del sionismo cristiano: una mistificazione scheletrica ed abborracciata in cui il giudaismo messianico veterotestamentario ipernomista (privato e mutilato dell’essenza cosmica del kerigma e del Logos) ed un calvinismo radicalistico si mischiano fino a comporsi in una nuova ideocrazia planetaria, quale autentica ombra dei nostri tempi che nulla ha di cristiano, che prepara la strada al regno antinomista massimamente anticristiano.

L’ipernomismo giudaizzante si concretizza infatti, nei momenti di massima decadenza spirituale, in trasgressione magica antinomista (sia d’esempio la storia del sabbatianesimo e del frankismo): ciò è inevitabile in quanto la Legge, svuotata della sua profonda essenzialità spirituale, simbolo quindi di maledizione, come sosteneva Paolo, portatrice del male cosmico, produttrice del male cosmico, nei momenti di più radicale sovversione dei valori, si impone come il falso lievito ultramessianista che necessita della trasgressione, della rottura spirituale, per rinvigorire in modo adeguato un seducente e potente materialismo magico-metafisico. Qui vi è l’immenso iato metafisico escatologico. Il Cristo, in senso paolino, diviene un maledetto per noi, crocifisso per solidarietà con i trasgressori della Legge, a loro volta per questo maledetti, per aver trasgredito la Legge. E’ una rottura metafisica, quella compiuta dal Cristo, che svuota dall’interno la Legge in quanto si riappropria del suo principio originario trascendente, movimentando la storia umana nel senso dell’Amore e della vittoria eroica sulla morte.

Dall’altro lato, abbiamo invece un nomismo cosmista, un ultralegalismo metafisicamente legittimato da un normativismo astrattamente oggettivistico che diviene, nei momenti storicamente decisivi, normativismo magico che si radicalizza in particolari momenti come antinomismo escatologico fondato sul principio della santità della distruzione e della infima trasgressione, dell’insudiciamento metafisico quale nuova legge, quale necessità rituale. Come possiamo oggi constatare. Tale antinomismo in realtà non fa altro che portare alle sue necessarie quanto tragiche conseguenze un astratto legalismo che si fonda dogmaticamente su una Legge svuotata della sua positiva solare essenzialità, proprio poiché, come insegnava Paolo, gli autentici figli di Dio e i veri discendenti di Abramo erano ormai nel Figlio, erano cioè coloro che, battezzati nello Spirito di Cristo, si rivestivano di Cristo stesso.



Luca Fantini



Luca Fantini, dottore di ricerca in storia della filosofia collabora con la nostra Redazione con particolare attenzione a problemi filosofici, storici e alla questione giudaica



Link a questa pagina : http://www.terrasantalibera.org/CristianesimoPaolino2-L.Fantini.htm




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vai al "Cristianesimo Paolino o Giudaismo", parte prima


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NOTE


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[1] R. Jewett, Paul: From the semitic point of view, New Testament Studies 17, 1971, pp. 198-212.

[2] J. O’Connor, Paolo. Un uomo inquieto, un apostolo insuperabile, Milano 2007, pag. 138.

[3] J. Pierre Lèmonon, I giudeo-cristiani. Testimoni dimenticati, Milano 2007, pag. 38.

[4] Ivi, pag. 39.

[5] Iustinus, Dial. 133, 4, PG 6, 785.

[6] Dial. 135,1, PG 6, 788.



continua...



http://www.terrasantalibera.org/CristianesimoPaolino2-L.Fantini.htm