La Rivoluzione dello Spirito.
Cristianesimo paolino o Giudaismo
Prof. Luca Fantini, TerraSantaLibera.org
Parte I
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Le tesi di W. D. Davies e di Boyarin, per citare alcune tra le più significative, agli studiosi sono certamente note. In un importante articolo del 1977[1], Davies sosteneva che la conversione di Paolo andava concepita non come il passaggio da una fede religiosa ad un’altra, ma segnava il tentativo di portare a compimento, mediante l’accettazione del messaggio del Cristo Gesù, quella tradizione giudaica nella quale Egli era cresciuto. Sosteneva Davies, non a caso, che le proposizioni paoline riguardo i giudei e il giudaismo erano discussioni interne alla comunità e alla visione giudaiche[2].
L’unità in Cristo, su cui Paolo spesso si soffermava, per Davies non eliminava affatto l’elemento etnico, la differenza etnica, dato che le specificità etniche venivano in tal caso conservate[3].
Boyarin riprendeva e sviluppava invece le tesi della teologia liberale del diciannovesimo secolo, fondate sulla concezione del giudaismo diasporico come giudaismo ellenizzato, tollerante, “liberale”. Boyarin riconosceva immediatamente (pag. 1[4]) di essere – da ottimo talmudista quale è - inesperto negli studi neotestamentari e paolini, ma nonostante questo formulava una interessante tesi, che finiva per fare del Cristianesimo paolino una religione sorta su un comune retroterra di pensiero costituito dal medioplatonismo giudaico di lingua greca, caratterizzata dalla tensione conoscitiva e emozionale per l’Uno primordiale, che sembrava poi assumere nella visione paolina caratteri dualistici e simbolico-allegorici affini a quelli di Filone[5].
Per Boyarin, Paolo era dunque un maturo prodotto della diaspora greca, un giudeo ellenista radicale, la cui visione era dualista come quella filoniana, sebbene Paolo non fosse stato proprio un platonico[6].
Partendo ora proprio da quanto affermava (a mio avviso, in tal caso, a ragione) il Davies, ossia che l’essenza profonda della visione spirituale paolina era fondata sul riconoscimento dello “svelamento” messianico del Cristo, si può già notare un elemento centrale ed irriducibile. Il Cristo (nella concezione del mondo paolina) era il divino Salvatore dell’intero genere umano, il Logos di cui si parlava in apertura del Vangelo giovanneo. Era l’alfa di una nuova creazione cosmologica ed escatologica, molto più del solo Messia di Israele. Si aveva già un centrale punto di discontinuità, di rottura metafisica con la tradizione giudaica.
Cristo, per Paolo, è il signore universale: il salvatore dei gentili come dei giudei. I giudei in quanto tali non sono ancora nella nuova creazione: devono entrarvi[7].
Tra tutti gli autori neotestamentari, Paolo era quello che maggiormente usava, in senso peraltro più pregno di significato spirituale, il titolo kùrios. L’esperienza di Damasco, quale esperienza del Risuscitato, era anche certamente una luminosa esperienza della signoria, ossia della cosmica potenza del Cristo-Logos. Per i cristiani delle origini, come è noto, non vi poteva essere esperienza della Risurrezione del Cristo che non fosse al tempo medesimo esperienza della solare potenza cosmica del Logos che ha sconfitto ed annichilito le tenebrose forze della morte.
L’esperienza del Risorto diveniva chiaramente il centro della teologia mistica paolina. Di questa direzione si aveva, evidentemente, chiara manifestazione in uno dei più significativi vertici cristologici dell’intero Nuovo Testamento, ossia l’inno della Lettera ai Filippesi, dove il percorso kenotico del Cristo raggiungeva, nel momento di massima umiliazione (di obbedienza fino a morte, fino a morte di croce), la “sovraesaltazione” e, dunque, il Nome di Signore (“Gesù Cristo Signore”) - nome inesprimibile primordiale in quanto Verbo ineffabile sopra di ogni nome – assurgeva alla gloria del Padre. Per Paolo, come per i primi cristiani, l’unico Dio, il Padre, aveva diviso la sua signoria cosmica e celeste con il Cristo “esaltato”. Sviluppando le immagini di “gloriosa esaltazione” in questo inno, Paolo attribuiva al Cristo caratteristiche e poteri che non erano affatto quelli del Messia di Israele ma quelli del Dio-Padre. Cristo, il Logos, diveniva l’unico signore e a lui venivano conferiti il potere come cosmica potenza e la gloria eterna. Al riguardo, il Capes sottolinea che con Paolo ha inizio un processo metafisico di assoluta deificazione del Cristo arrivando a affermare che non vi sarebbe una vera distinzione tra la cristologia paolina e la cristologia giovannea[8].
Così i cristiani autentici, non appartenevano, nella concezione paolina, solo al Padre, ma anche e soprattutto al Cristo (“Voi siete di Cristo”, I Cor. 3,23). E in Cristo, come ribadiva ancora Paolo (Gal 3,28), non c’è più né giudeo né greco: non vi è dunque differenza etnica da salvaguardare e assolutizzare, ma la tensione spirituale in vista della cristificazione, ossia della salvezza spirituale, diviene la vera milizia cristiana: “In realtà, pur camminando nella carne, noi non militiamo secondo la carne, giacchè le armi della nostra milizia non sono carnali, ma potenti al cospetto di Dio, tanto da abbattere le fortezze” (2 Cor. 10,3-6). Il privilegio giudaico era necessariamente superato quale segno di una ricaduta nell’antica schiavitù, in tale visione. La salvezza, che derivava chiaramente dalla comunione con lo spirito Logos, con il Cristo risorto, era destinata sia ai gentili sia ai giudei. Essa non derivava in nessun caso dalla legge giudaica, che, come è evidente, non poggiava affatto sulla fede in Cristo[9].
Paolo poteva così essere apostolo dei pagani (Gal. 2,9). Proprio perché nessuno, per l’apostolo, poteva essere giusto – di fronte al Padre – per mezzo delle mere opere di legge; la retta giustizia andava conquistata mediante il principio della Fede, che è fede nel Risorto, dunque nella vittoria sulla necessità naturale della morte e della materia. Nella concezione paolina, la Fede è la volontà solare, il coraggio metafisico del discepolo di forzare – fino ad annientare – la propria natura psicosomatica, per vivificare l’essenza immortale pneumatica dell’Io sono. Paolo ad Atene dipingeva tale esperienza sovrannaturale con le parole: “…..in Lui infatti viviamo, ci muoviamo e siamo” ( Atti. 17,28). Cristo è infatti il fine o, ancor meglio, la fine della Legge (Rom, 10, 4). Cristo aveva compiuto l’autentica rivoluzione cosmologica ed escatologica in quanto aveva sostituito la Legge. La via dell’Amore e dello Spirito, nell’apostolato paolino, aveva ragione del formalismo etico legalistico e del naturalismo schiavistico meramente basato su elementi ereditari o etnici. L’autentica circoncisione non era quella che appariva visibilmente nella carne, ma quella del cuore, quella che si realizzava nello spirito, non nella lettera (Rom. 2,28-29).
Il popolo di Dio, l’Israele di Dio, nella rivoluzione assiale compiuta da Paolo diveniva, il popolo cristiano nella sua totalità.
La cristianità paolina non dipendeva, appunto, dalla legge e dalla circoncisione ma dalla Fede nel Risorto e dalla volontà solare di sperimentare l’eroica via della passione, morte ed esaltazione-Risurrezione, quale folgore pentecostale che portasse dalla potenza all’atto puro continuo la presenza dello Spirito Santo in ogni singolo cristiano.
Allo stesso modo, la tesi di Boyarin finisce per scontrarsi con alcuni dati di fatto. La teologia cristologica paolina è, in realtà, veramente poco influenzata dall’ellenismo.
Se già gli ellenisti di Luca non sono affatto giudei “liberali”, quindi poco ortodossi, ancor meno lo è Paolo, che non è neppure propriamente un ellenista, bensì….un fariseo zelante della legge[10].
Mentre infatti, i giudei diasporici accoglievano solamente timorati di Dio e proseliti, ossia gentili che aderendo alla legge mosaica, si avvicinavano in qualche modo al giudaismo, Paolo e gli altri evangelizzatori cristiani attuavano nella storia una rivoluzione radicale e uno spostamento di paradigma. L’ingresso nel popolo di Dio era infatti consentito a tutti coloro che si mostravano pronti a vivere e realizzare (entro se stessi) l’esperienza della passione, della morte mistica e della Risurrezione.
Grazie a Paolo, l’apostolo dei gentili (Gal. 1,16), iniziavano ad apparire comunità che si possono ben chiamare pagano-cristiane, come in Galazia, come a Tessalonica, come a Corinto; le chiese paoline erano composte in larga maggioranza da gentili[11].
Nelle comunità spirituali paoline (autentiche comunità “celesti” – Fil. 3,20 - in cui erano presenti e giudei e gentili, comunità il cui unico reale discrimine era da vedersi nella volontà assoluta del discepolo lottatore in Cristo – il “buon soldato di Cristo” di cui Egli parla, 2 Tim. 2, 3-4 - di farsi consapevole “servo del Logos”, prigioniero del Cristo, di saper così portare l’armatura spirituale fino al supremo sacrificio) si abbandonavano i segni tradizionali di rituale demarcazione della comunità giudaica, si realizzava un clima di totale indipendenza dalla comunità giudeocristiana di Gerusalemme, si accresceva infine il forte distacco con le comunità giudaiche stesse.
La comunità spirituale paolina era infatti la nuova entità, il terzo genere, tertium genus, che si instaurava con una celeste legittimazione tra le comunità giudaiche e quelle pagane. Come sostiene Meeks[12], già molto prima della fine del primo secolo, le comunità paoline (che mai furono, come precisa l’autore, “una setta del giudaismo”) erano socialmente e spiritualmente indipendenti, nelle città dell’impero, dalle comunità giudaiche. L’apostolo era profondamente interessato alla relazione metafisica tra la Cristianità e l’ “Israele di Dio”, il quale, come precisa sempre Sanders[13], non si identificava affatto con l’Israele etnico, ma con la comunità spirituale cristificata nel suo stadio escatologico, finale. Risultano così fuori luogo, in definitiva, gli astratti apparentamenti che si vorrebbero vedere tra la teologia paolina e, anche, lo stesso giudaismo ellenistico, in quanto, il dualismo paolino non è statico e stabile ma assolutamente aperto ad un eventuale “monismo dinamico” per quegli atleti di Cristo i quali, superando l’antica alleanza fondata sulla Legge, sappiano risolvere e fronteggiare le forze del male e della morte:
In realtà, per la Legge io sono morto alla Legge per vivere a Dio: con Cristo io sono stato crocifisso! Ormai non vivo più io, ma è Cristo che vive in me; quella vita poi che vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me[14].
Dunque, Paolo operava una autentica rivoluzione metafisica totalmente fondata sulla ineffabile via del Cristo-Logos, centrata sulla rottura spirituale con due fondamentali pilastri del giudaismo del suo tempo. In primo luogo, affermando che il patto è stato trasferito da Abramo a Cristo, e sostenendo che il patto si può ben estendere a coloro che sono in Cristo pur non essendo giudei, Paolo negava di fatto e apertamente l’elezione di Israele. Ancora, specificando che attraverso la Fede e la comunione con il Cristo Risorto, e non semplicemente, accettando la legge, si entrava a far parte del popolo di Dio, Egli operava una ulteriore fondamentale rottura con il giudaismo.
Radicalizzando, anche mediante la sua missione che si concludeva nel martirio (molto probabilmente dovuto, come è scritto, all’“iniziativa dei giudei della capitale… con la connivenza dei giudeo-cristiani della chiesa romana” che non vedevano certamente di buon occhio la sua attività missionaria che faceva leva sulla libertà dalla legge[15]) questa “rivoluzione dello Spirito”, Paolo finiva per portare a compimento l’inevitabile divisione tra cristianesimo e giudaismo, con una scelta ardita che apriva degli spazi che avrebbero avuto immense risonanze metafisiche ed altrettanto importanti conseguenze storiche. Che riassumo infine in tre brevi punti.
a) Il cristianesimo paolino rimane un insuperato modello ascetico. Una “rivoluzione dello Spirito”, in cui l’esperienza interiore (ma ben più concreta e “reale” della realtà sensibile esteriore) della passione, della morte mistica e della Resurrezione è al centro. Non l’intellettualismo, non l’elemento dogmatico-confessionale. Questa via è massimamente eroica, in quanto porta alla comunione pneumatica con il Cristo, passando tramite le più radicali prove dell’anima e, talvolta, anche del corpo. Prove terribili. L’uomo naturale non comprende le cose dello Spirito divino cristico; esse sono follia per lui, ed egli non è capace di intenderle, in quanto solo chi possiede l’intuizione spirituale può comprenderle e giudicarle. L’uomo spirituale o pneumatico raggiunge invece, tramite queste dure prove, il pensiero del Cristo (1 Cor. 2,16). La conoscenza diviene così, nella via paolina, liberazione in quanto libertà dal dominio dell’uomo naturale o psicosomatico e trionfo spirituale dell’Io vero ossia: “non io ma il Cristo in me”. Un’autentica rivoluzione dello spirito, la più eroica e ardua in quanto finalizzata alla vittoria sulla morte ed alla risurrezione poiché “…non tutti certo moriremo ma tutti saremo trasformati” (1 Cor. 15,51). E il corpo fisico allora si trasmuterà in corpo glorioso, adamantino, immortalante. Corpo di Resurrezione.
b) La via paolina abbatte assolutamente l’astratta necessità della legge giudaica. La legge giudaica è schiavitù; essa deriva dall’antica Alleanza, la legge del monte Sinai, che genera nella schiavitù, rappresentata da Agar. E’ la “Gerusalemme attuale” il simbolo di tale schiavitù, diceva anche allora l’apostolo (Gal. 4,26)! L’antica Alleanza è nata dalla carne, è partorita nella schiavitù e dunque nel materialismo metafisico. Non può conoscere la libertà spirituale. Il Cristo è la libertà dello spirito. La legge è ormai, dopo l’avvento cristico, un mero pedagogo che ci ha condotto al Cristo ed ha esaurito dunque completamente la sua funzione.
c) Il dominio assoluto, astratto e trascendentistico (ma non realmente trascendente) della legge, è quindi il giogo della schiavitù abbattuto sull’umanità. Chi si fa circoncidere, chi osserva la legge, non ha nulla a che fare con Cristo. “Ecco, io Paolo vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà nulla” (Gal. 5,2). I seduttori giudaizzanti, che annullano il cosmico scandalo della Croce, che turbano la retta via dei discepoli cristiani, dovrebbero farsi mutilare (Gal. 5,12). In seguito andranno affrontate le visioni paoline espresse su Israele nella Lettera ai romani, ma qui va ribadito che la visione spirituale paolina, basata sul superamento della legge, che è tutta piegata sulla carne e sulla schiavitù, e che dunque non erediterà il Regno di Dio, ci dice che il Cristo è la libertà dello spirito. Che quelli che sono in Cristo hanno crocifisso e redento la carne, camminando e vivendo secondo lo Spirito. Revolutio o renovatio, questa di Paolo, che non è adeguamento passivo ad una legge religiosa, o fanatica estinzione in una trascendente e oppressiva deità, ma segnata dalla volontà di fecondare l’uomo nuovo. L’uomo cristificato in quanto ha avuto il coraggio di sperimentare il potere resurrettivo come atto di massima libertà e di radicale autocoscienza attuantesi. La coscienza che essenzia l’azione di questo uomo è l’Amore.
Il sangue individuale, nella nuova Alleanza, è cristificato e sacralizzato da questa azione eroica e risurrettiva del vero cristiano. La comunità cristiana concepita da Paolo, retta dalla prassi misterica dell’Amore che vince la morte, è il simbolo terreno della nuova alleanza.
A tale comunità è dato divenire “Israele”, corpo del Logos. Autentico “popolo eletto”: oltre i vincoli della Legge, dell’astratto dogma, del sangue etnico ereditato, non sacralizzato e non cristificato.
Luca Fantini
5 febbraio 2009
Dottore di ricerca in “storia della filosofia”, collabora con la Redazione di TerraSantaLibera.org come esperto di storia e di storia della filosofia, con particolare attenzione alla questione giudaica.
Link a questa pagina : http://www.terrasantalibera.org/CristianesimoPaolino-L.Fantini.htm
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NOTE
[1] Paul and the People of Israel, New Testament Studies 24 (1977), pp. 4-39
[2] Op. Cit., pp. 19-20.
[3] Op. Cit., pag. 24.
[4] A radical Jew: Paul and the Politics of identity, Los Angeles Berkeley 1994.
[5] Op. Cit., pp. 13-15.
[6] Op. Cit., pag. 61.
[7] E. P. Sanders, Paolo, la legge e il popolo giudaico, Brescia 1989, pag. 68 n. 63
[8] D.B. Capes, Old Testament Yahweh Texts in Paul’s Christology, Tubingen 1992, pp. 181-183
[9] E. P. Sanders, Op. Cit., pag. 251.
[10] G. Iossa, Giudei o Cristiani?, Brescia 2004, pag. 140.
[11] E. P. Sanders, Op. Cit., pp. 296-300.
[12] W.A. Meeks, Breaking away: Three New Testament Pictures of Christianity’s separation from the Jewish Communities, Chico 1985, pp. 106 e segg.
[13] E. P. Sanders, Op. Cit., pag. 334.
[14] Galati 2, 19-20. In S. Cipriani, Le lettere di Paolo, Assisi 1999, pp. 363-364.
[15] R. Fabris, Paolo di Tarso, Milano 2008, pag. 248.
continua...
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ARTICOLI SULLA RELIGIONE CRISTIANA
sabato 28 febbraio 2009
RECENSIONE: CRISTO TRA BIBBIA E CORANO
26 febbraio 2009
Libri / Cristo tra Bibbia e Corano
di Massimo Donaddio
26 febbraio 2009
Dialogo tra cristiani e musulmani. Non c'è forse una espressione più utilizzata di questa per indicare una realtà e un'esigenza che va facendosi strada nelle nostre comunità del mondo europeo e, più in generale, occidentale. La presenza di massiccia immigrazione nel Vecchio Continente, e anche nella nostra Italia, impone, specialmente dall'11 settembre 2001 in poi, un supplemento di impegno nella costruzione dell'integrazione, alimentata anche da uno scambio culturale sempre maggiore e da una tavola di valori il più possibile condivisa.
Una impresa ardua, forse infruttuosa, secondo alcuni: troppe sarebbero le differenze tra lo spirito europeo, sintetizzato dall'incontro tra la civiltà greco-latina e il messaggio spirituale cristiano, e la civiltà arabo-musulmana fondata sul Corano e sui precetti del profeta Maometto. Eppure dei punti d'incontro, anche religiosi, si possono ravvisare tra le due grandi tradizioni monoteistiche. Vi sono nell'Islam, religione formatasi nel VII secolo nella penisola arabica, precisi riferimenti ai capisaldi del Cristianesimo: di più, gli stessi protagonisti della vicenda sacra cristiana sono rappresentati e narrati anche nelle scritture musulmane. Il saggio di un giovane studioso napoletano di islamistica, Domenico Cocozza, illustra con ampiezza di dettagli - seppur in maniera forse un po' troppo didascalica - i cospicui contributi che la fede di Maometto ha acquisito dal Cristianesimo, soprattutto nelle sue tradizioni asiatiche. Similitudini, come anche differenze tra le due religioni: a partire dalle stesse identità dei fondatori (Cristo, il figlio di Dio, per i cristiani, e Maometto, il sigillo dei profeti, per l'Islam), così come dal valore dei rispettivi testi sacri (libro ispirato da Dio e scritto da mani d'uomo, la Bibbia ebraico-cristiana; rivelazione, parola di Dio in tutto e per tutto il Corano per i musulmani).
Interessante è conoscere la figura di Gesù come ce la presenta il testo sacro musulmano: Isa (questo il suo nome) è il penultimo dei profeti di Allah, immagine del credente perfetto, del musulmano fedele, completamente consacrato a Dio di cui è portavoce e testimone, anche con i suoi poteri taumaturgici. Figlio di Maria vergine per intervento divino, spirito insufflato nel ventre di Maryam per la potenza di Allah, non è però figlio di Dio, bensì profeta disceso dal cielo per riportare la giustizia e per condurre i musulmani alla vittoria finale contro l'anticristo. È il "presagio dell'Ora", ovvero il messia che tornerà alla fine dei tempi per sconfiggere l'antico avversario nella battaglia contro le potenze del male.
È il condottiero dell'ultima guerra santa, non il Cristo redentore che effonde il suo sangue per la salvezza del mondo. L'identità di Gesù, come emerge dal Corano, non è dunque quella di "salvatore", bensì quella di perfetto messia musulmano, esempio illustre per i credenti, messaggero dotato di qualità portentose, addirittura parola di Allah rivelata, segno prodigioso della volontà del Dio Misericordioso. Gesù non compie miracoli perché è figlio di Dio, ma perché Dio stesso consente questi eventi miracolosi assistendolo con la sua potenza.
Diversi passi del Corano esplicitano una polemica nei confronti dei cristiani, accusati di aver fatto di Gesù, inviato di Dio, una divinità assieme a sua madre: «Si son presi i loro dottori e i loro monaci e il Cristo figlio di Maria come Signori in luogo di Dio, mentre erano stati esortati ad adorare un Dio solo» (Cor. 9:30-31), e anche: «Credete dunque in Dio e nei suoi messaggeri e non dite: Tre. Basta! Sarà meglio per voi! Perché Dio è Uno solo, troppo glorioso ed alto per avere un figlio!». I cristiani nel Corano sono visti in maniera duplice: da una parte sono biasimati per la loro fede trinitaria, dall'altra sono guardati con grande rispetto e anche con simpatia per l'umiltà e le opere buone (a differenza degli Ebrei, stigmatizzati come superbi e miscredenti).
Eppure il Corano respinge nettamente la dottrina della morte e resurrezione di Cristo: la maggioranza dell'ortodossia musulmana non ammette l'idea della crocifissione di Gesù, ritenendo – come alcune sette eretiche cristiane di matrice gnostica – che egli sia stato sostituito da un sosia sulla croce e sia stato innalzato in cielo da Dio. Isa, il messia, tornerà sulla terra nell'ora della battaglia finale contro l'anticristo. Solo dopo l'uccisione di quest'ultimo, egli potrà governare la terra con la legge islamica, mettendo fine alle false dottrine, assicurando la pace e la prosperità al mondo. Il suo regno sarà lungo quarant'anni, e finalmente, potrà morire, prima della definitiva ascensione al cielo. Il suo corpo, invece, riposerà accanto alle spoglie del profeta Maometto nella città santa di Medina.
Domenico Cocozza
Cristo. Un profeta tra Bibbia e Corano
Edizioni Stamen, pagg. 148 , € 12
26 febbraio 2009
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2009/02/libri-cristo-profeta-bibbia-corano.shtml?uuid=6352c44a-041b-11de-b262-02b204b540f4&DocRulesView=Libero
Libri / Cristo tra Bibbia e Corano
di Massimo Donaddio
26 febbraio 2009
Dialogo tra cristiani e musulmani. Non c'è forse una espressione più utilizzata di questa per indicare una realtà e un'esigenza che va facendosi strada nelle nostre comunità del mondo europeo e, più in generale, occidentale. La presenza di massiccia immigrazione nel Vecchio Continente, e anche nella nostra Italia, impone, specialmente dall'11 settembre 2001 in poi, un supplemento di impegno nella costruzione dell'integrazione, alimentata anche da uno scambio culturale sempre maggiore e da una tavola di valori il più possibile condivisa.
Una impresa ardua, forse infruttuosa, secondo alcuni: troppe sarebbero le differenze tra lo spirito europeo, sintetizzato dall'incontro tra la civiltà greco-latina e il messaggio spirituale cristiano, e la civiltà arabo-musulmana fondata sul Corano e sui precetti del profeta Maometto. Eppure dei punti d'incontro, anche religiosi, si possono ravvisare tra le due grandi tradizioni monoteistiche. Vi sono nell'Islam, religione formatasi nel VII secolo nella penisola arabica, precisi riferimenti ai capisaldi del Cristianesimo: di più, gli stessi protagonisti della vicenda sacra cristiana sono rappresentati e narrati anche nelle scritture musulmane. Il saggio di un giovane studioso napoletano di islamistica, Domenico Cocozza, illustra con ampiezza di dettagli - seppur in maniera forse un po' troppo didascalica - i cospicui contributi che la fede di Maometto ha acquisito dal Cristianesimo, soprattutto nelle sue tradizioni asiatiche. Similitudini, come anche differenze tra le due religioni: a partire dalle stesse identità dei fondatori (Cristo, il figlio di Dio, per i cristiani, e Maometto, il sigillo dei profeti, per l'Islam), così come dal valore dei rispettivi testi sacri (libro ispirato da Dio e scritto da mani d'uomo, la Bibbia ebraico-cristiana; rivelazione, parola di Dio in tutto e per tutto il Corano per i musulmani).
Interessante è conoscere la figura di Gesù come ce la presenta il testo sacro musulmano: Isa (questo il suo nome) è il penultimo dei profeti di Allah, immagine del credente perfetto, del musulmano fedele, completamente consacrato a Dio di cui è portavoce e testimone, anche con i suoi poteri taumaturgici. Figlio di Maria vergine per intervento divino, spirito insufflato nel ventre di Maryam per la potenza di Allah, non è però figlio di Dio, bensì profeta disceso dal cielo per riportare la giustizia e per condurre i musulmani alla vittoria finale contro l'anticristo. È il "presagio dell'Ora", ovvero il messia che tornerà alla fine dei tempi per sconfiggere l'antico avversario nella battaglia contro le potenze del male.
È il condottiero dell'ultima guerra santa, non il Cristo redentore che effonde il suo sangue per la salvezza del mondo. L'identità di Gesù, come emerge dal Corano, non è dunque quella di "salvatore", bensì quella di perfetto messia musulmano, esempio illustre per i credenti, messaggero dotato di qualità portentose, addirittura parola di Allah rivelata, segno prodigioso della volontà del Dio Misericordioso. Gesù non compie miracoli perché è figlio di Dio, ma perché Dio stesso consente questi eventi miracolosi assistendolo con la sua potenza.
Diversi passi del Corano esplicitano una polemica nei confronti dei cristiani, accusati di aver fatto di Gesù, inviato di Dio, una divinità assieme a sua madre: «Si son presi i loro dottori e i loro monaci e il Cristo figlio di Maria come Signori in luogo di Dio, mentre erano stati esortati ad adorare un Dio solo» (Cor. 9:30-31), e anche: «Credete dunque in Dio e nei suoi messaggeri e non dite: Tre. Basta! Sarà meglio per voi! Perché Dio è Uno solo, troppo glorioso ed alto per avere un figlio!». I cristiani nel Corano sono visti in maniera duplice: da una parte sono biasimati per la loro fede trinitaria, dall'altra sono guardati con grande rispetto e anche con simpatia per l'umiltà e le opere buone (a differenza degli Ebrei, stigmatizzati come superbi e miscredenti).
Eppure il Corano respinge nettamente la dottrina della morte e resurrezione di Cristo: la maggioranza dell'ortodossia musulmana non ammette l'idea della crocifissione di Gesù, ritenendo – come alcune sette eretiche cristiane di matrice gnostica – che egli sia stato sostituito da un sosia sulla croce e sia stato innalzato in cielo da Dio. Isa, il messia, tornerà sulla terra nell'ora della battaglia finale contro l'anticristo. Solo dopo l'uccisione di quest'ultimo, egli potrà governare la terra con la legge islamica, mettendo fine alle false dottrine, assicurando la pace e la prosperità al mondo. Il suo regno sarà lungo quarant'anni, e finalmente, potrà morire, prima della definitiva ascensione al cielo. Il suo corpo, invece, riposerà accanto alle spoglie del profeta Maometto nella città santa di Medina.
Domenico Cocozza
Cristo. Un profeta tra Bibbia e Corano
Edizioni Stamen, pagg. 148 , € 12
26 febbraio 2009
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2009/02/libri-cristo-profeta-bibbia-corano.shtml?uuid=6352c44a-041b-11de-b262-02b204b540f4&DocRulesView=Libero
giovedì 26 febbraio 2009
LE VERE ORIGINI DEL CARNEVALE

Origini del Carnevale.
Il Carnevale è un periodo e un evento dell'anno caratterizzato da animato divertimento e festeggiamenti burleschi; pur non essendo una festa liturgica, tradizionalmente coincide con i giorni precedenti la quaresima. Consiste in un rovesciamento buffonesco della realtà, spesso celebrato con balli, sfilate e cortei di carri allegorici, situazioni di incontro e festa collettiva, caratterizzate tutte dalla presenza di maschere.
La parola deriva forse dal latino carrus navalis, o dal latino medievale carnem levare, "togliere la carne" dalla dieta (in osservanza al divieto cattolico di mangiare carne durante la quaresima).
Leggendo letteralmente la parola, così com'è oggi, CARNEVALE può significare "carne-vale", ovvero "vale la carne", e ancora "è ammessa la carnalità". Perfettamente quello che il Carnevale vuole essere.
I festeggiamenti hanno origine molto remota e si ricollegano ad antichi riti pagani. La maschera, ad esempio, attualmente segno di buffa trasgressione e divertimento, nelle civiltà pre-cristiane era considerata strumento atto a conferire a chi la indossava un potere sovrannaturale, o la forza degli animali sacri raffigurati; si riteneva inoltre che le manifestazioni di ilarità potessero scacciare gli spiriti maligni.
In seguito all'avvento del cristianesimo nei riti del Carnevale vi è stato tolto, apparentemente, il carattere magico-rituale, mantenendo quelle caratteristiche di occasione di divertimento popolare eccessivo e peccaminoso fedeli all'originale.
Il Carnevale ebbe origine dai Baccanali greci e dai Saturnali romani.
I Saturnali furono istituiti per celebrare la costruzione del tempio a Saturno, nel 263 a.C. Originariamente, i Saturnali duravano un solo giorno, poi l'imperatore Augusto li portò a tre giorni, e Caligola a quattro. Successivamente la loro durata fu estesa ad una settimana.
In quei giorni i romani si riversavano nelle strade, cantando e osannando il padre degli dei. Sparivano le differenze sociali e il popolo si dava a gran feste, culminanti nel giorno dedicato alla dea Opi.
Nulla veniva rispettato e venivano dette pubblicamente delle cose che in altre circostanze non sarebbero state tollerate.
A Bacco erano invece dedicati i Baccanali, dove forse vennero usate le prime maschere, anche se studi più recenti ipotizzano che la maschera venisse già prima utilizzata dagli Egiziani e dagli Indiani.
Veniva eletto un capo festa che organizzava i giochi e in seguito si adottò un vestito che impediva di riconoscere il nobile dal plebeo, lo schiavo dal padrone, anche l'imperatore partecipava alla festa mascherata, e questo per non essere riconosciuti durante le licenziose pratiche libertine.
Anche nei Lupercali, feste in onore di Fauno, i Romani facevano uso della maschera. Gli uomini si coprivano il volto con foglie di vite, sulle quali praticavano due fori in corrispondenza degli occhi. Altrettanto facevano i soldati, che, così mascherati, formavano un corteo con caricaturali carri di trionfo, che servivano a fare della satira verso i loro capi.
Con l'avvento del cristianesimo queste feste, come molte altre, furono trasformate in eventi religiosi che spesso prevedevano processioni per lo spostamento di icone o statue di santi o madonne da un luogo all'altro questa volta per ringraziare dei raccolti e porre le condizioni per un futuro migliore o grandi festeggiamenti popolari sempre in onore di ricorrenze religiose appositamente create per giustificare e mantenere in vita la tradizione dei baccanali (la festa napoletana chiamata "Festa di Piedigrotta" ne è un esempio).
Il Carnevale contrasta con l'Etica Cristiana?
Sicuramente si!
E non solo per le marcate origini, dalle quali ne ritrae fedelmente gli intenti e i modi di espressione. Sicuramente non tutte le zone e tutte le persone vengono coinvolte da questo tipo di carnevale e, come avviene con tutte le altre cose contrarie alla sana dottrina cristiana, resta sempre nella libera volontà dell'individuo la scelta di praticarlo.
Si può dire benissimo che il Carnevale serve a manifestare, almeno una volta all'anno, la frenetica ricerca di appagamento sensuale, dando la possibilità all'individuo di sovvertire quei ruoli e quei valori, nei quali si sente come imprigionato, senza essere condannato da alcuno.
Una volta all'anno, diventa legittimo il curioso bisogno di abolire la propria personalità per assumerne una fittizia per commettere, sotto una maschera grottesca, le più stravaganti bizzarrie. Provando anche a dire in forma scherzosa, e non solo, tutto ciò che non è consentito dire seriamente, per ridere impunemente di tutto e di tutti. È stato scritto che il Carnevale è il re del mondo o, meglio ancora, uno strumento del re del mondo; effettivamente nessuna usanza può dirsi più universalmente diffusa e praticata da svariati popoli, diversi per cultura.
Ma, dall'Italia alla Germania, dal Brasile al Nord America, il Carnevale trova la sua espressione massima nell'ambiente cosiddetto cristiano, diventando un efficace strumento di scandalo, ma, nello stesso tempo, strumento che serve a distinguere il cristiano nominale dal cristiano fedele ai sani insegnamenti di Cristo.
C'è da tener presente però che, in quasi tutte le altre realtà sociali e religiose mondiali, troviamo, anche se espresse diversamente, caratteristiche carnevalesche affine anche nell'estetica: la Festa dei Dragoni in Cina, i rituali e le feste dei popoli della Polinesia, degli Indiani d'America, ed altri.
Riguardo a quello che avviene in questo periodo non abbiamo bisogno di entrare nei particolari, ma basta andare in uno dei posti (e in Italia ormai, purtroppo, c'è ne sono diversi), dove si organizzano le sfilate, per rendersi conto di quello che succede; sicuramente i moralisti lì non si troverebbero a loro agio. Certamente il solo fatto del guardare un carro allestito con maschere e costumi, non si può classificare peccato, ma il partecipare alle buffonerie e alle gozzoviglie può recare del danno morale e spirituale.
Ma il Carnevale NON è solo quello; Carnevale è principalmente quello che anima le persone all'allegrezza spropositata, alla trasgressione, a quel convincimento che puoi fare qualcosa che non ti è consentito nella vita di ogni giorno e nelle normali relazioni; è uno spirito diabolico vero e proprio che camuffandosi di costumi, colori e caricature innocue trascina le persone nella loro naturale inclinazione, derivante, anche questa, dalla decaduta condizione umana e non ancora rigenerata dallo Spirito di Dio.
In Germania per esempio le maggiori nascite di bambini avvengono nove mesi dopo il periodo del Carnevale, e principalmente di bambini non desiderati, e illegittimi. È risaputo da tutti anche quello che avviene in Brasile, a Rio de Janeiro. In quasi tutto il Sud e il Centro America il Carnevale viene festeggiato come quello di Rio de Janeiro: sfrenatezza, dissolutezza, sesso facile, scherzi dannosi, sembra di rivedere per qualche giorno, quello che succedeva nelle città di Sodoma e Gomorra di 4.000 fa, prima di essere distrutte.
Nel Carnevale si celebrano molte allegorie, ma il Carnevale stesso è una allegoria, precisamente quella dei Sabba diabolici. Mentre danze, orgie, sfregi, oscenità, rituali blasfemi e presenze diaboliche nei Sabba sono reali e tangibili, nel Carnevale queste cose si travestono di permissivismo incoraggiando le persone agli stessi tipi di peccati, seppur in maniera ridotta.
Un articolo di un giornale di provincia del 1938 riporta, a proposito del Carnevale: "...giovanetti rabbiosi, ragazze frenetiche non sanno rinunciare al turpe divertimento del ballo. Passioni roventi si sviluppano e ardono, affetti pravi che iniziano; mode turpi, nudismo, che si usano; abbracciamenti disonesti che si fanno; peccati che si consumano nel bollore della danza cittadina e negli agiati ritrovi notturni; tresche che si svolgono; onore che spesso si perde; malizie che si imparano."
Il Carnevale favorisce e incita all'alcolismo, all'adulterio, alle facezie scurrili, alle buffonerie, alle volgarità e alle altre cose contrarie, non solo ai sani comportamenti cristiani, ma anche alla normale moralità vigente negli altri periodi dell'anno.
Un'altro aspetto caratteristico peccaminoso del Carnevale è la mascherata e il travestimento; questi non sono altro che le "braccia" dell'inganno, di cui Satana ne è la personificazione e il generatore, come dice Cristo: "...egli è il padre della menzogna...".
Il travestimento serve come autorizzazione per esternare alcuni impulsi repressi dalla Legge di Dio che agisce nella coscienza; ovviamente questo è un inganno, e non può essere giustificato colui che pecca in questo particolare periodo dell'anno.
Sicuramente ci sono persone che non si mascherano con intendi malvagi, ma la mascherata e la partecipazione può essere il principio di qualcosa di peggio.
Questo meccanismo malefico lo vediamo anche in alcuni bambini, i quali usando il travestimento, fanno delle burle sia ai loro coetanei che ai grandi.
In nome del Carnevale viene loro concesso di fare delle cose che sono deplorevoli e degni ci condanna negli altri periodi dell'anno. Forse che il Carnevale ha il potere di trasformare un atto da condannare e peccaminoso in atto lecito e giustificato? Il danno recato dal peccato è inesistente per il fatto che chi lo commette è vestito con costumi vari? Con quale autorità la gravità del peccato viene tolta se svolto in questo particolare periodo dell'anno?
Il Carnevale a confronto con la Parola di Dio.
Nella Bibbia non riscontriamo la parola CARNEVALE, ma spesse volte è sottintesa quando vi sono menzionati i peccati del "mondo" o della "carne", espressamente fatti in particolari circostanze. È caratteristico anche il fatto che la parola (in italiano) "carnevale" derivi da CARNE, e forse non intesa soltanto come alimento.
Ci risulta abbastanza ovvio, e senza téma di essere smentiti, che Cristo, gli Apostoli e la prima chiesa non celebravano i festeggiamenti del carnevale o cose del genere. Le feste che praticavano erano solo quelle prescritte da Mosè, la festa dei Purim subentrata nel periodo dell'esilio post-babiloneseo e quella istaurata nel periodo dei Maccabei.
All'infuori di queste non riscontriamo che gli ebrei, anche quelli cristiani, celebrassero altre feste. Per quanto riguarda nella vita della Chiesa del Nuovo Testamento non si celebrava alcuna festa essendo Cristo stesso "nostra Pasqua e nostra festa", come dice anche l'apostolo Paolo, essendo anche i frequenti incontri di comunione fraterna, momenti di gioia intensa per via della presenza del Signore.
Come abbiamo scritto sopra, la feste, incluso il Carnevale, sono subentrate in secondo tempo nella realtà cristiana, ma soltanto per accondiscendere ai nuovi convertiti (?), provenienti dal paganesimo. Nel periodo che va dal 250 d.C. al 500 d.C tutte le feste pagane sono state progressivamente trasformate in feste "cristiane", alcune delle quali sono sopravvissute sino ad oggi, Carnevale incluso.
Gia al tempo di Mosè e di Giosuè, Dio ha ammonito il suo popolo a non conformarsi e a non adottare gli usi e i costumi licenziosi e peccaminosi dei popoli Cananei.
Lo stesso ammonimento vale per il popolo di Dio del Nuovo Testamento: la Chiesa.
Ancora oggi siamo nel Nuovo Testamento e come allora i cristiani si debbono attenere ai comandamenti divini.
Al tempo di Giosuè, il popolo di Dio, entrando nella Terra Promessa non doveva assimilare e usare le pratiche pagane; al tempo della Chiesa (anche oggi), coloro che si convertono debbono abbandonare le pratiche e gli usi peccaminosi della vita trascorsa senza Dio, prima di conoscere Cristo.
Romani 8:5-9 "Infatti quelli che sono secondo la carne, pensano alle cose della carne; invece quelli che sono secondo lo Spirito, pensano alle cose dello Spirito.
Ma ciò che brama la carne è morte, mentre ciò che brama lo Spirito è vita e pace;
infatti ciò che brama la carne è inimicizia contro Dio, perché non è sottomesso alla legge di Dio e neppure può esserlo; e quelli che sono nella carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete nella carne ma nello Spirito, se lo Spirito di Dio abita veramente in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, egli non appartiene a lui."
Galati 5:16-24, 6:8 "Camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne. Perché la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro; in modo che non potete fare quello che vorreste. Ora le opere della carne sono manifeste, e sono: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni, sètte, invidie, ubriachezze, orge e altre simili cose; circa le quali, come vi ho già detto, vi preavviso: chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio.
E quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Perché chi semina per la sua carne, mieterà corruzione dalla carne; ma chi semina per lo Spirito mieterà dallo Spirito vita eterna."
Efesini 5:3-4 "Come si addice ai santi, né fornicazione, né impurità, né avarizia, sia neppure nominata tra di voi; né oscenità, né parole sciocche o volgari, che sono cose sconvenienti; ma piuttosto abbondi il ringraziamento."
Colossesi 3:5-8 " Fate dunque morire ciò che in voi è terreno: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e cupidigia, che è idolatria. Per queste cose viene l'ira di Dio, e così vivevate un tempo anche voi, quando vivevate in esse. Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, collera, malignità, calunnia; e non vi escano di bocca parole oscene.
http://www.incontraregesu.it/ultimaora/carnevale.htm
sabato 7 febbraio 2009
IL CASO ELUANA DALPUNTO DI VISTA BIBLICO


STUDIO BIBLICO
IL CASO ELUANA DAL PUNTO DI VISTA BIBLICO
Analisi di Martino Gerber e Giuliano Lattes studiosi biblisti
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Gesù ci dice che uccidere è peccato
Vanelo secondo Matteo: 19,18
Quali comandamenti?
Gesù rispose:
- Non uccidere;
Quindi l'eutanasia è peccato, dal punto di vista biblico è peccato far morire il malato,
anche se è molto grave e sofferente.
La vita è un dono di Dio, Lui l'ha dona e solo Lui può riprendersela, da qui il comandamento
di non uccidere la vita umana.
Vangelo secondo Giovanni: 5,26
"Dio è la fonte della vita, e ha dato anche al Figlio di essere la fonte della vita"
Sospendere l'alimentazione a qualcuno sano o malato specialmente per provocarne la morte
è doppiamente peccato, primo perché è peccato arrecare la morte al prossimo,
secondo perché non dare cibo ed acqua al bisognoso è peccato mortale.
Vangelo secondo Matteo: 25,41-46
25,41"Poi dirà ai malvagi:
- Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno che Dio ha preparato per il diavolo e per i suoi servi!
42Perché, io ho avuto fame e voi non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere;
43ero forestiero e non mi avete ospitato nella vostra casa; ero nudo e non mi avete dato i vestiti;
ero malato e in prigione e voi non siete venuti a trovarmi.
44"E anche quelli diranno:
- Quando ti abbiamo visto affamato, assetato, forestiero, nudo, malato o in prigione e non ti abbiamo aiutato?
45"Allora il re risponderà:
- In verità, vi dico: tutto quel che non avete fatto a uno di questi piccoli, non l'avete fatto a me.
46"E questi andranno nella punizione eterna mentre i giusti andranno nella vita eterna".
Gesù ci ha dato il comandamento di amare il prossimo e soccorrere i bisognosi.
Vangelo secondo Luca: 10,29-37
29Ma quel maestro della Legge per giustificare la sua domanda chiese ancora a Gesù:
- Ma chi è il mio prossimo?
30Gesù rispose: "Un uomo scendeva da Gerusalemme verso Gèrico, quando incontrò i briganti.
Gli portarono via tutto, lo presero a bastonate e poi se ne andarono lasciandolo mezzo morto.
31Per caso passò di là un sacerdote; vide l'uomo ferito, passò dall'altra parte della strada e proseguì.
32Anche un levita del Tempio passò per quella strada; lo vide, lo scansò e prosegui. 33Invece un uomo della Samaria,
che era in viaggio, gli passò accanto, lo vide e ne ebbe compassione. 34Gli andò vicino, versò olio e vino sulle sue ferite e gliele fasciò.
Poi lo caricò sul suo asino, lo portò a una locanda e fece tutto il possibile per aiutarlo.
35Il giorno dopo tirò fuori due monete d'argento, le diede al padrone dell'albergo e gli disse:
"Abbi cura di lui e se spenderai di più pagherò io quando ritorno"".
36A questo punto Gesù domandò:
- Secondo te, chi di questi tre si è comportato come prossimo per quell'uomo che aveva incontrato i briganti?
37Il maestro della Legge rispose:
- Quello che ha avuto compassione di lui.
Gesù allora gli disse:
- Va' e comportati allo stesso modo.
Quindi il vero cristiano deve soccorrere il bisognoso, il malto, e cercare in tutti modi di salvargli la vita.
Quindi tutti coloro che ora cercano di far morire Eluana sono in stato di peccato grave secondo la Sacra Bibbia.
Citazioni Bibbia Tilc
http://groups.google.com/group/studio-biblico?hl=it
lunedì 2 febbraio 2009
PRESENTAZIONE DI GESU' AL TEMPIO

PRESENTAZIONE DI GESU' AL TEMPIO
LUCA : 2,22-40.
Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore,
come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore;
e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d'Israele;
lo Spirito Santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore.
Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge,
lo prese tra le braccia e benedisse Dio:
«Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola;
perché i miei occhi han visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli,
luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui.
Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione
perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l'anima».
C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza,
era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere.
Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret.
Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui.
http://www.vangelodelgiorno.org/www/main.php?language=IT&localTime=02/02/2009#
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martedì 6 gennaio 2009
L'EPIFANIA DEL SIGNORE

L'EPIFANIA DEL SIGNORE
D'origine orientale di questa solennità è nel suo stesso nome: "epifania", cioè rivelazione, manifestazione; i latini usavano la denominazione "festivitas declarationis" o "apparitio", col prevalente significato di rivelazione della divinità di Cristo al mondo pagano attraverso l'adorazione dei magi, ai Giudei col battesimo nelle acque del Giordano e ai discepoli col miracolo alle nozze di Cana. L'episodio dei magi, al di là di ogni possibile ricostruzione storica, possiamo considerarlo, come hanno fatto i Padri della Chiesa, il simbolo e la manifestazione della chiamata alla salvezza dei popoli pagani: i magi furono l'esplicita dichiarazione che il vangelo era da predicare a tutte le genti.
Per la Chiesa orientale ha grande rilievo il battesimo di Cristo, la "festa delle luci", come dice S. Gregorio Nazianzeno, anche come contrapposizione ad una festa pagana del "sol invictus". In realtà, sia in Oriente come in Occidente l'Epifania ha assunto il carattere di una solennità ideologica, trascendente singoli episodi storici: si celebra la manifestazione di Dio agli uomini nel suo Figlio, cioè la prima fase della redenzione. Cristo si manifesta ai pagani, ai Giudei, agli apostoli: tre momenti successivi della relazione tra Dio e l'uomo.
Al pagano è attraverso il mondo visibile che Dio parla: lo splendore del sole, l'armonia degli astri, la luce delle stelle nel firmamento sconfinato (nel cielo i magi hanno scoperto il segno divino) sono portatori di una certa presenza di Dio.
Partendo dalla natura, i pagani possono "compiere le opere della legge", poiché, come diceva S. Paolo agli abitanti di Listri, il "Dio vivente che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano... nelle generazioni passate ha lasciato che ogni popolo seguisse la sua strada; ma non ha cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge e stagioni ricche di frutti, fornendovi di cibo e riempiendo di letizia i vostri cuori" (At 14,15-17). Ora "in questi giorni, (Dio) ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo " (Eb 1,2). I molti mediatori della manifestazione della divinità trovano il loro termine nella persona di Gesù di Nazaret, nel quale risplende la gloria di Dio. Perciò noi possiamo oggi esprimere "l'umile, trepidante, ma piena e gaudiosa professione della nostra fede, della nostra speranza, del nostro amore" (Paolo VI).
Autore: Piero Bargellini
http://www.santiebeati.it/dettaglio/20150
LA VISITA DEI RE MAGI

LA VISITA DEI RE MAGI
VANGELO SECONDO SAN MATTEO: 2, 1-12
2,1Gesù nacque a Betlemme, una città nella regione della Giudea, al tempo del re Erode. Dopo la sua nascita, arrivarono a Gerusalemme alcuni uomini sapienti che venivano dall'oriente 2e domandarono: "Dove si trova quel bambino, nato da poco, il re dei Giudei? In oriente abbiamo visto apparire la sua stella e siamo venuti qui per onorarlo".
3Queste parole misero in agitazione tutti gli abitanti di Gerusalemme, e specialmente il re Erode. Egli, appena lo seppe, 4radunò tutti i capi dei sacerdoti e i maestri della Legge e domandò loro:
- In quale luogo deve nascere il Messia?
5Essi risposero:
- A Betlemme, nella regione della Giudea, perché il profeta ha scritto:
6Tu Betlemme, del paese di Giudea,
non sei certo la meno importante tra le città della Giudea,
perché da te uscirà un capo
che guiderà il mio popolo, Israele.
7Allora il re Erode chiamò in segreto quei sapienti e si fece dire con esattezza quando era apparsa la stella. 8Poi li mandò a Betlemme dicendo: "Andate e cercate con ogni cura il bambino. Quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, così anch'io andrò a onorarlo".
9- 10Ricevute queste istruzioni da parte del re, essi partirono. In viaggio, apparve ancora a quei sapienti la stella che avevano visto in oriente, ed essi furono pieni di grande gioia. La stella si muoveva davanti a loro fino a quando non arrivò sopra la casa dove si trovava il bambino. Là si fermò.
11Essi entrarono in quella casa e videro il bambino e sua madre, Maria. Si inginocchiarono e lo adorarono. Poi aprirono i bagagli e gli offrirono regali: oro, incenso e mirra.
12Più tardi, in sogno, Dio li avvertì di non tornare dal re Erode. Essi presero allora un'altra strada e ritornarono al loro paese.
Citazioni Bibbia Tilc
http://www.bibbiaedu.it/interconfessionale_note/nt/vangeli/index.html
http://groups.google.com/group/studio-biblico?hl=it
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